Se ne sta zitto, fermo, seduto sui marciapiedi del centro. Principalmente via Torino, ma anche via Dante e corso Vittorio Emanuele. Si direbbe che è immobile – molto più delle statue umane da quattro soldi, sempre pronte a farsi una foto col turista di turno – se non fosse per quelle mani che lavorano veloci. Sulla faccia ha impressa un’espressione quasi disgustata, come se disprezzasse il mondo che lo circonda. Me compreso. Coltellino nella mano destra, intaglia. Frutta e ortaggi, principalmente.
E’ l’artista della frutta di Milano – vi sarà capitato di vederlo. Non è il primo e non è da molto che c’è, ma ha una caratteristica che tutte le volte che lo incontro mi lascia sgomento: è terribilmente serio. Non guarda nessuno se non le sue mani che lavorano per trasformare carote e barbabietole in gabbiani, cigni o rose. Non fa un cenno con la testa quando qualcuno fa tintinnare una monetina nella vaschetta di plastica e non batte ciglio quando l’obbiettivo impudente di una telecamera si intrufola nel suo raccoglimento. A pensarci bene, mi rende inquieto. Penso: ma come fa quell’uomo a starsene lì per così tanto tempo, per quei pochi spiccioli, a fare sempre la solita cosa? E che fine fanno quegli ortaggi? Perché non si preoccupa di niente? Non è felice né triste: sdegnato, piuttosto. Forse lui ha capito il senso della vita, dell’eternità? Se è così, temo non ci siano buone notizie. Ma se lo ha capito perché sta zitto e non lo dice a nessuno?
“Bastardi, bastardi”. Il vecchietto cammina spingendo la sua bicicletta bianca sopra le dune erbose dell’area di fronte al centro commerciale di Bonola. Dietro di lui due nordafricani – uno con il cappello da messicano e la maglia dell’Italia, l’altro con un’elegante polo a righe – lo seguono divertiti. Tutto intorno il “mercatino delle pulci di portobello”. Più che un mercato, un’accozzaglia di ferrivecchi e merce rubata. Pile di autoradio sradicate e ripulite, cataste di improbabili computer usati, dvd a 2 euro. E poi un diluvio di chincaglieria esposta alla meglio su teloni di plastica e cofani di auto. Spesso direttamente sull’asfalto. Occhi da lupo e bracci da galera a fare la guardia. Sulla sponda che affaccia su via Checov, l’angolo delle biciclette rubate. Marocchini, tunisini, algerini, egiziani. Ognuno con il suo bolide da piazzare, attendono pazienti sotto il sole la clientela sempre numerosa.
“Me l’avete rubata nel cortile di casa, bastardi. E poi me la ritrovo qui al mercatino. Ma se chiamo i vigili qui succede un macello!”. I due ridono, ma non lo mollano. “Su, dagli almeno qualcosa a lui, poverino” dice uno dei nordafricani rivolto all’anziano e indicando il compagno. Arrabbiato ma pur sempre spaventato, il signore tira fuori il portafogli e sgancia 20 euro. “Via, bastardi, via”.
I due se ne vanno sorridenti. La loro giornata l’hanno appena fatta.
In principio erano cacciaviti, martelli, trapani. «C’era un gran via vai da queste parti, i primi giorni. Gente che chiedeva aiuto per i lavoretti, da un’abitazione all’altra. Come in tutte le case appena costruite anche qui c’era bisogno di aiutarsi po’ all’inizio. E visto che viviamo tutti insieme, ci è venuto ancora più naturale».
Simone De Battisti, sociologo e consulente, da circa un anno vive insieme ad altre 50 persone nel primo esperimento riuscito di condivisione di casa in cohousing. Fa un po’ da Cicerone mentre passeggia negli spazi comuni del palazzo in zona Bovisa, due piani a ferro di cavallo con porte d’ingresso affacciate una davanti all’altra. A dominare sono rosso e il bianco degli intonaci. «Quando qualcuno organizza un evento o una serata, mette fuori una bandiera nella corte, visibile a tutti – spiega Simone – a seconda del colore della bandiera, si capisce che tipo evento si tratta, se è un apertivo piuttosto che una festa per bambini. In questo modo tutti sono invitati ma nessuno è obbligato a dire sì o no. È la filosofia che abbiamo qui dentro: cercare la socialità ma allo stesso tempo conservare la nostra privacy».
Imprenditori, pensionati, ingegneri, creativi, studenti. In questo piccolo angolo di paradiso, alla periferia nord ovest di Milano in via Donadoni Giudice, sono venute ad abitare (e a comprare casa) persone di tutti i tipi. L’unica regola, prima di iniziare questa avventura di coabitazione, era quella di piacersi a vicenda, con l’obbiettivo di creare qualcosa che andasse oltre il buon vicinato. In questo, la community virtuale di cohousing.it ha avuto un ruolo fondamentale. La comunità residenziale, infatti, era nata prima su Internet dove persone accomunate dagli stessi desideri hanno avuto modo di conoscersi e scegliersi a vicenda. Il resto è venuto da sé.
Oltre all’aumento della socialità, ci sono anche vantaggi economici e di tempo. Quattro tra lavatrici e asciugatrici campeggiano nello spazio comune al piano sotterraneo, di fianco al parcheggio delle auto: «Le abbiamo comprate insieme – continua Simone – e ogni famiglia ha messo la sua parte. Stessa cosa abbiamo fatto con i trapani: ce ne sono due e sono a disposizione di tutti. Perché compre ognuno per sé degli oggetti che si usano così di rado?».
Salendo una scaletta, si arriva in una specie di soppalco all’aperto, dove c’è la piscina comune. Una coppia di ragazzi appena uscita dall’acqua ci sorride e, ancora bagnati, si incamminano a piedi nudi nel sentierino della chiostra centrale. «Certo, dire che non ci sono mai problemi sarebbe sbagliato. Ma anche qui esistono delle regole. Come ad esempio l’organizzazione di feste private che deve essere sempre comunicata a tutti, sul nostro sito web interno».
Gli abitanti di questo microcosmo odiano le fotografie e guardano storto i giornalisti. «Ci piace raccontare la nostra esperienza, ma non vogliamo che gente esterna invada la nostra tranquillità». Col tempo, la piccola comunità ha imparato a farsi forza a vicenda e a superare ostacoli che, in un normale condominio, sarebbero stati quasi insormontabili. Come quando hanno scoperto che la ditta costruttrice aveva montato male la caldaia. «Ci dicevano che non c’era nessun problema, ma i consumi erano altissimi. Tra di noi ci sono ingegneri che di queste cose ne capiscono e così abbiamo deciso di misurare la temperatura, ognuno nella sua casa. Così siamo riusciti a dimostrare che qualcosa non funzionava: avevano montato due tubi al contrario. E lo abbiamo scoperto noi».
Sei condomini in via Alessandro Paoli, piccola traversa di Melchiorre Gioia, da qualche tempo a questa parte hanno un nuovo Dio da pregare. Affacciandosi dalla finestra vedono un disco che oscura il sole: l’eliporto di palazzo Lombardia, sede della nuova Regione. Splendore degli splendori, il nuovo Pirellone è la manifestazione terrena della magnificenza del divino, la piramide del faraone lombardo che tutto vede e a tutto provvede. E che sarà mai il pigolio di quelle pulci che vivono all’ombra della sua grandezza, schiacciati dal suo cemento, sempre pronti a lamentarsi? Che ringrazino – piuttosto! – di poter vivere ai piedi di tanta roboante arroganza.
Elicotteri che passano a pochi metri dal tinello. Eliche che girano vorticosamente fuori dalla finestra della camera da letto. Zaffate di gasolio che entrano come ospiti sgraditi in sala da pranzo. Avere un eliporto a ottanta metri da casa, non dev’essere il massimo della vita. “Già adesso con i primi voli abbiamo sentito vibrazioni terribili, rumore e odore di benzina – dice Anna Fabris, residente in via Paoli – ma la nostra paura più grande è che aumentino le frequenze”. Niente paura, tranquillizzano con la sicumera dei folli dall’ultimo piano del palazzone: “non aumenteranno i voli”. Non sanno, o fanno finta di non sapere, che dà una rabbia muta – un senso di impotenza misto a voglia di vendetta – sapere che, dopo il sopruso di un palazzo di 160 metri costruito sul tuo giardino, arrivano e ti piazzano lì anche l’eliporto. E, peggio ancora, sapere che a mettercelo è proprio quel totem oblungo che ha la faccia e il nome di Roberto Formigoni.
Ah, tra l’altro. La gestione – temporanea – dell’eliporto è stata affidata alla società romana Esperia. Questa azienda, presieduta da Lupo Rattazzi – figlio di Susanna Agnelli e Urbano Rattazzi – tra i suoi servizi offre, guarda caso, proprio il trasporto passaggeri su elicottero. Ma niente paura, mi raccomando.
Questa storia ha un doppio nome e un cognome: Paolo Maurizio Ferrari.
A condannare una persona per le sue scelte, e ancora prima per i suoi errori, sono bravi tutti. Ma giudicare un uomo per la coerenza delle sue azioni – seppure queste azioni sono state meccanismi di dinamiche perverse – è un esercizio che richiede un’onestà intellettuale fuori dal comune. Con molta presunzione, questo è l’obbiettivo delle prossime righe.
La nostra storia ha un nome, dicevamo. Non uno qualunque, ma uno che scotta. Quello di un brigatista rosso. Per esattezza, il primo delle Br ad entrare in un carcere e l’ultimo ad uscirne. Spiegare come Paolo Maurizio Ferrari sia arrivato su un tetto di via Del Sarto partendo da Nomadelfia è un viaggio sopra le righe della storia scritta nel nostro paese. Modenese, classe 1945, fu abbandonato bambino a don Zeno Santini, e crebbe nelle terre maremmane di Nomadelfia: una comunità agricola che si richiama alla chiesa delle origini e che vive in una dimensione avulsa dalla società contemporanea.
Diventa il compagno “Mao” – così era chiamato nelle Brigate Rosse – nel ‘69, salutando Maria Teresa (la mamma adottiva) e lanciandosi a testa bassa contro quelle che riteneva ingiustizie. Viene arrestato nel maggio del 1974, ma non è il carcere a fermarlo. Le galere, per lui, sono terreno di lotta e nel 1984 si prende altri cinque anni per aver partecipato nel ‘79 alla rivolta dell’Asinara.
Mai condannato per fatti di sangue, ha scontato la pena massima prima dell’ergastolo. Ha trascorso i suoi trent’anni di reclusione senza chiedere uno sconto, senza usufruire di un solo giorno di permesso premio, né di un beneficio. Ma non è marcito. E sopratutto non si è mai pentito, di nulla.
Uscito nel 2004, la sua vita poteva sembrare finita. Il mondo, l’Italia, Milano erano cambiate. Gramsci era fuori moda e un vecchietto con la barba e il fisico asciutto sembrava non poter dire più nulla – nel bene o nel male – alla storia di questo paese.
Invece.
Rocambolesco come un finale di partita, si arruola nelle fila di autonomi e anarchici. Non ha molto a che spartire con loro – sono giovani, sprovveduti e stupidotti, perlopiù – ma hanno nel sangue la lotta e forse un po’ di cuore contro le ingiustizie. Diventa uno squatter, occupa case sfitte, sale sui tetti. L’ultimo in via Del Sarto. Qui, mentre i ragazzotti vicino a lui si spalleggiano a vicenda e tirano tegole contro la polizia e contro il sistema, lui se ne sta in disparte, isolato, irriducibile, a combattere una personalissima rivoluzione. Granitico, inossidabile. Faccia a faccia con la sua vita, la guarda negli occhi; non la teme – seppur dovrebbe -, perché si sente più forte di lei. E la schiaccia, con tutto il peso della coerenza estremista.
Novello Barone Rampante, Don Chisciotte urbano. Chiamatelo come volete, ma un po’ di storia Paolo Maurizio Ferrari continua a farla. Anche se alla rovescia, come nel suo stile: il blitz in via Del Sarto avviene proprio durante il ballottaggio alle elezioni per il Sindaco di Milano, il banco di prova del Berlusconismo. Se perde qui, Berlusconi probabilmente cade. Il candidato di sinistra è in vantaggio, mentre quello di destra ha solo una carta da giocare: sventolare lo spauracchio dei comunisti violenti.
Mentre scrivo sono in sei sul tetto, gli unici a tenere vive le speranze di Berlusconi. Paolo Maurizio Ferrari è tra loro.
Quando si parla di fisici, scienziati, ricercatori immagino sempre un mondo pulito, libero da quelle beghe tipiche della bassa umanità che flagellano mondi come il giornalismo, la letteratura, la storia. Sarà perché immagino questi uomini come uomini grandi, luminari dal cervello incastonato nella purezza della matematica che non hanno né tempo né cellule celebrali libere da dedicare all’inganno, al tradimento, all’invidia.
Poi però l’immaginazione incontra la realtà, e stride. È una storia di presunta mala Università quella che si sta consumando tra ricorsi, sospetti e veleni, al dipartimento di Scienze della Terra “Ardito Desio”, via Mangiagalli 34. Terra di scienza e di scienziati. Un giovane studente di dottorato, un illustre “barone” della Statale, un manipolo di precari sul piede di guerra. Oggetto del contendere, un’assunzione a tempo indeterminato come ricercatore in geofisica.
Tutto inizia a luglio dello scorso anno, quando esce il bando per un posto da ricercatore a tempo indeterminato. All’appello si presentano nove candidati, alcuni molto titolati, altri meno. Quando viene reso pubblico il nome del vincitore – a novembre – in molti rimangono basiti. Ad arrivare primo è infatti un neolaureato, studente di dottorato, con due pubblicazioni e meno di due anni di esperienza alle spalle. Gli esclusi sono dottori di ricerca con almeno cinque pubblicazioni all’attivo. Alcuni ne hanno addirittura più di quaranta.
In un botta e risposta epistolare tra ricercatori scontenti e direzione del dipartimento, il clima all’“Ardito Desio” si fa teso. «Quando si è iniziato a parlare — dice Matteo Panseri, precario del dipartimento e autore di un blog in cui racconta la vicenda — il docente responsabile dell’area scientifica Roberto Sabadini, ha cercato di liberarsi di due assegnisti di ricerca che risultano anche fra i promotori del ricorso al TAR. In un atto ufficiale c’è addirittura il tentativo di licenziare uno di questi, Valentina Barletta».
Oggi i ricorrenti aspettano un giudizio del Tar, ma la vita di alcuni di loro è cambiata. I due ricercatori hanno lasciato il dipartimento e Valentina è andata a lavorare all’estero. Il professor Sabadini, rintracciato telefonicamente, ha preferito non commentare.
Tradimento. In bocca a loro suona strana questa parola. Li vedi sempre lì a maneggiare colori, bombolette spray nella tasca di dietro, pantaloni larghi a vita bassa, maglietta sporca di vernice. Sempre a parlare di acrilici, muri, dipinti, che non ti immagini possano covare un sentimento cupo come il rancore. Eppure quando tiri fuori l’argomento e dici Milano, per loro è come una ferita al cuore. È la loro città che li ha traditi. Anzi, li ha cullati, cresciuti, lanciati e poi traditi.
Via Gola, anno domini 2011, ore 23. Un qualsiasi giorno d’aprile. Sonda ha appena finito un lavoro su commissione, una parete due metri per quattro in una camera da letto privata (casa mia): un cocker su di un isola volante pronto a traghettare due giovani innamorati, lei sulle spalle di lui. La sua ultima visione. Borsone in spalla, dentro una quarantina di spray, il giovane writer – famiglia siciliana, barba rotonda, parlantina sciolta – torna verso la macchina parcheggiata in via Segantini. Si ferma alla fermata dell’autobus per l’ultima sigaretta e l’ennesima riflessione sulla sua città che da almeno tre anni lo perseguita: “Sai cosa mi fa più tristezza? Che in Italia la street art è nata qui, a Milano. Qui c’erano i giovani più promettenti, qui c’era la voglia di far bene”. Il suo pensiero corre a Vittorio Sgarbi quando ancora era assessore alla cultura della giunta Moratti. Lui ci aveva provato. Con il Padiglione di Arte Contemporanea e compagnia bella, le frasi sul Leoncavallo pieno di graffiti (“è la nuova cappella Sistina”) e una libertà d’azione totale. Spazi, mostre, cataloghi. Nel marzo del 2007, “Sweet Art”, l’esposizione al Pac, tra mille polemiche ha fatto registrare qualcosa come 60mila visitatori. Sembrava un movimento ormai sdoganato, l’occasione buona per far passare una ventata di fresco nei corridoi di mostre e musei. “Eravamo tutti pronti, dopo aver fatto il giro del mondo la street art arrivava anche qui”. E invece, più niente. Tabula rasa. “Anzi, proprio nel momento in cui hanno visto che iniziavamo ad avere un seguito, ci hanno bloccati”.
Qui inizia il secondo capitolo di questa storia schizofrenica, ovvero quando la macchina da guerra della reazione comincia a scaldare i motori. Ma non è una bella storia, davvero, almeno per chi odia il grigio. Milano diventa l’unica città ad applicare quell’articoletto del codice penale – modificato per l’occasione – che impedisce persino di fare i dipinti su commissione all’esterno. E giù con denunce, arresti, processi. Guerra totale, insomma. Con l’unico risultato che quelli bravi davvero smettono di dipingere clandestinamente per non correre rischi, lasciando i muri alle tag selvagge, senza nessuna guida.
Ora Milano è terra bruciata, con muri sporchi di spray senza senso che non hanno più niente da dire. “Alla Barona e a Lambrate hanno cancellato le hall of fame delle crew storiche. A New York, quelle di harlem, sono diventate un museo a cielo aperto”.
Arriva dal fondo di via Colico con la sua andatura ballonzolante. Scarpe da ginnastica, jeans, maglietta a maniche corte (bene in vista il marchio del Woodstock 2010, meeting nazionale dei grillini). Sulle spalle un borsone scuro, in testa un cesto di riccioli neri, spettinati ma belli. Niente di più lontano da un aspirante Sindaco, verrebbe da pensare. Eppure Mattia Calise, candidato del movimento a 5 stelle di Beppe Grillo alle prossime comunali, può sfoggiare delle armi che i suoi avversari farebbero carte false per avere: vent’anni, un sorriso spontaneo stampato sul volto h24 e un’energia fuori dal comune.
Una giornata come tante, in una campagna elettorale come poche. Ore 12, il primo appuntamento è un’intervista a Milanow, nella sede di Telelombardia. «Prima di venire qua mi sono letto le novità di giornata, devo essere sempre preparato». Posa il borsone su uno seggiolino, apre la cerniera e svela il suo primo segreto: una telecamera digitale. «La porto sempre con me quando vado in giro, faccio video inchieste che poi metto su youtube. Fondamentale per la mia campagna elettorale». Poi entra in studio e si concede all’intervistatore. Trenta minuti secchi, una stretta di mano e via al prossimo appuntamento. Sotto, ad attenderlo, c’è il camper di Renato Plati, grillino anche lui, arrivato secondo alle primarie interne. Non è invidioso di Mattia, «siamo come una squadra e poi lui è stato eletto in modo democratico». Anche se definirlo democratico è un eufemismo: le primarie grilline si sono svolte in diretta streaming, con un’elezione pubblica svolta secondo la regola di Condorcet, ovvero un metodo matematico che attribuisce un punteggio a tutti i candidati e che «restituisce al meglio il giudizio dei votanti».
Con il camper, quando il lavoro glielo permette, Renato scorrazza Mattia su e giù per la città. Sul cofano, sulle fiancate e sul retro ha fatto mettere lo stemma del movimento a cinque stelle, «così facciamo anche campagna elettorale itinerante – spiega Renato – comodo ed economico». Per loro, la corsa alle elezioni è innanzitutto un’avventura: soldi non ce ne sono (appena 10mila euro raccolti con autofinanziamenti), il tempo è quello che è e gli avversari sembrano Golia contro Davide. Il 90 per cento è lavoro sodo su Internet, tra siti web e social network. Ma più è dura, più si galvanizzano: «Vorremmo poterli sfidare, la Moratti e Pisapia, in un dibattito pubblico, serio, aperto. Il problema è che si rifiutano sempre».
Ore 15, lezioni di batteria dal maestro in via Caccialepori. Lo aiutano a stare coi piedi per terra, insieme all’università («studio la notte e settimana scorsa ho dato due esami»), agli amici e al karatè. La normalità di Mattia è una serie di dettagli che raramente si vedono in politica. Timido, benché sicuro di sé. Si fa trovare subito, senza filtri, e ha addirittura messo il numero di cellulare (vero) sulla pagina Facebook. Pensa seriamente a cercarsi un lavoro per il futuro, perché sa già che la politica non sarà il suo mestiere. E poi non nasconde le emozioni, le debolezze, le paure. Come quelle iniziali, quando si è sentito schiacciato dal peso della responsabilità dopo l’investitura ricevuta dai suoi compagni. «Ma poi è stato più semplice, con gli altri non sono mai solo». Obbiettivo della lista, entrare a Palazzo Marino con almeno un rappresentante in consiglio. Abbordabile, considerato che possono contare su circa 8mila voti blindati degli iscritti milanesi al sito web, più circa 4mila “simpatizzanti”.
Al centro della sua campagna elettorale – escluso il mantra sulla trasparenza e sull’autoriduzione degli stipendi dei consiglieri – anche delle proposte concrete: costruire un’infrastruttura in fibra ottica che rimpiazzi la rete Metroweb, un piano serio per le biciclette e un progetto antitraffico. Grillo rimane sullo sfondo. È sempre un guru ma «il movimento si regge sulle proprie gambe». Stuzzicato su chi preferisce tra Moratti e Pisapia, Calise non batte ciglio: «possono anche essere delle ottime persone, ma devono rispondere entrambi a dei partiti politici e a noi questo non interessa». E quando gli si fa notare che, probabilmente, i suoi sono voti tolti a Pisapia e che avvantaggiano la tanto criticata Moratti, fa spallucce: «non possono rifarsela con noi se perdono voti».
Ore 17. Dopo l’ennesima intervista e dopo una giornata estenuante, si avvia verso la metro: «vado a recuperare la macchina, alle 19.30 ho lezioni di karatè. Dopo torno a casa mia, a Segrate, e per stasera vediamo: o una riunione on-line del movimento o una birra con gli amici». Spalle larghe.
Ci sono luoghi a Milano in cui viverci sembra una punizione. Uno di questi è il quartiere Basmetto. Visto in un pomeriggio di tardo inverno poi – quando la nebbia si dimentica di essere nebbia e ti precipita addosso con tutti i malumori della città lasciandoti i vestiti umidi – diventa quasi un incubo. Su google map sembra un gioiellino di case baciate dal verde del parco sud. Ma da vicino – faccia a faccia con le pareti rosse della malinconia, incarnata in otto palazzoni allineati come soldati – ricorda più l’orizzonte ossessivo di un videogame: programmato per essere sempre uguale a se stesso.
C’è il palazzo in costruzione, con la sua cornice decadente di cantiere in costruzione. Ci sono le altalene e i giochi per i bambini, deserti e spettrali come scheletri di cavalli, sembrano muoversi quando sei girato. C’è una sola, minuscola, panetteria nascosta sotto i portici, quasi non volesse farsi trovare da nessuno. E poi ci sono le strade – due – che collegano al resto del mondo: una è via Chiesa Rossa, che agli occhi dei pochi abitanti è più un’autostrada che una strada, e il ponte. Appoggiato sul Lambro, collega il quartiere al Gratosoglio. Tutto intorno il nulla. Sullo sfondo il rombo cupo e lontano di gomme che corrono veloci sull’asfalto. E palazzi storti, i guardiani minacciosi che impediscono alla vista di fuggire.
Da qualche tempo a questa parte, la gente del quartiere si è convinta che il loro problema è la sicurezza. “Troppa microcriminalità”, dicono. E hanno cominciato a collezionare tutte le denunce fatte dagli abitanti negli ultimi mesi. Come fossero figurine.
Celebra et labora. La vita cade a pezzi, la scuola pure. Eppure sotto la pioggia, sotto la tristezza, sotto le macerie dell’incertezza, c’è qualcuno che ha ancora voglia di sentirsi italiano (per il significato che può ancora avere). E per festeggiare l’Unità d’Italia c’è chi ha deciso di rimboccarsi le maniche. Non per fare un dispetto alle istituzioni e alla storia del paese, anzi: per salvaguardare un patrimonio. La scuola pubblica. Alle medie di Cassinis di via Hermada — zona Niguarda — il programma della giornata è serratissimo. La “squadra falegnami” già alle 8.30 del mattino sarà a lavoro per fissare in tutte le aule assi di legno per appendere le cartine geografiche. Nel pomeriggio passeranno ad avvitare i banchi e aggiustare porte di aule che non si chiudono né si aprono. Poi c’è la “squadra giardino” (pulire il verde, aggiustare i pali del campo di pallavolo), la “squadra sgombro” (smaltire il materiale in disuso, liberare l’ultima aula a destra del terzo piano) e la “squadra pulizia” che al termine di ogni intervento passerà a ramazzare le zone di lavoro. «La scuola dei nostri figli cade a pezzi – dice Emanuela Russo, presidente comitato genitori della Cassinis – sebbene da anni sia inserita in un progetto di abbattimento e ricostruzione del Comune. Il problema è che l’amministrazione rimanda sempre l’intervento per problemi di fondi».
«Per quanto possibile, facciamo da soli». Sopra la loro testa un grande tricolore di 18 metri per 6, appeso alla facciata.