Ci incontriamo direttamente in via Anfossi, sotto casa sua. Da quello che so, Vincenzo è una mezza leggenda urbana: writer della crew 16K, senatore della Dogo Gang, soldato in missione in Kosovo, Somalia, Albania. Camminiamo lungo via Anfossi e mi indica le scuole: “Guarda: elementari, medie, superiori. Ho fatto tutto in via Anfossi, qui c’è la mia storia”. Ascolti le sue canzoni, lo guardi e capisci che è uno fiero. Diresti un duro, se fossimo al cinema. Continuiamo a camminare e Vincenzo saluta tutti i bambini che escono da scuola, “i figli dei miei amici” dice con un mezzo sorriso. E fa un po’ impressione vedere uno come lui – grande e grosso, con barba scura, pantalone largo e anelli alle dita – così gentile con quei piccoli.
Arriviamo in via Montenero e incontriamo un altro rapper: è Montenero che lavora in un negozio di frutta e verdura. “Per fare rap non serve una bella voce – mi spiega Vincenzo – chiunque può farlo, l’importante è essere se stessi”. Entriamo in un locale dove la nostra chiacchierata continua sotto una parete piena di graffiti. Vincenzo ha una voce dura, tagliata, che riversa nei dischi come acquaragia su una ferita. Ti arriva agli orecchi come un coltello sotto la gola. E la Milano che racconta forse non esiste più, ma ogni rima che canta riempie d’angoscia. Perché gli indizi raccolti per strada in autunno – i segni del regno suburbano – sembrano portare alle stesse conclusioni.
Una delle sue canzoni fa: “c’è chi vive all’ombra dei parla parla / chi in strada fa i numeri sperando di svoltarla / spera che madama non lo prenda / chi ha orecchie intenda / non ci sono numeri su questa agenda”



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