di Micaela Nasca
e Iacopo Radaelli
La prima cosa che lascia senza parole entrando lì è la sensazione di sentirsi “straniero”. La seconda è il disorientamento. La terza, pura curiosità. È un sabato pomeriggio qualunque, grigio ma afoso. Questa volta la destinazione è il confine dell’area urbana a est di Milano. Appena arrivati, una manciata di secondi ed appare tutto più chiaro: entrare nel parcheggio della metropolitana di Cascina Gobba significa lasciarsi alle spalle la città.
C’è un gran viavai di gente lì dentro. Un mercato. Pullman stipati di oggetti di ogni genere. Ragazzi seduti per terra che bevono birra. Odori fortissimi. Di cibo. Di un cibo che ha un aspetto così poco familiare. È “la città” dei paesi dell’est.
Una città dentro la città: rumeni, ucraini, moldavi ogni fine settimana si ritrovano qui, tra le bancarelle di una metropoli quasi indifferente, in cerca di un pezzo di patria. Per scambiare due parole, leggere un quotidiano in cirillico o soltanto per respirare un po’ d’aria di casa. Lontano da casa. A Milano.
Qui si vendono le “savarine”, dolce tipico rumeno, che assomiglia a un maritozzo, tutto panna e marmellata. Si vendono film dell’est, cd musicali e salumi dei paesi d’origine. I quotidiani arrivano con quattro giorni di ritardo (se va bene) e se si chiede in giro se vengono acquistati ugualmente ci si sente rispondere: “Certo, non abbiamo altra scelta”. Qui, chi vuole viene a tagliarsi i capelli con una spesa davvero esigua: occorrono sei euro. Basta mettersi in fila. C’è una schiera di donne: forbice da una parte, pettine dall’altra. Una sedia, neanche uno specchio. Tutto questo avviene all’aperto, nella parte più defilata del parcheggio. Non importa se si ha l’impressione che debba piovere da un momento all’altro. Ci sono molte persone che aspettano in piedi.
Dal portabagagli di un furgone (ma ce ne sono davvero moltissimi) esce un uomo alto e robusto che inizia a raccogliere nomi e ordinazioni. Intorno a lui, alcune persone attendono pazienti di prenotarsi un posto su qualche vettura che torna a casa, o di affidargli un pacco da inviare a familiari o amici. L’uomo a testa bassa controlla i bagagli e li etichetta con cura, quindi pesa gli scatoloni e su ciascuno appiccica o scrive con un pennarello il mittente e il destinatario. Gli strumenti sono un po’ rudimentali, ma il procedimento è rigoroso, visto che è il peso a determinare il prezzo del biglietto: 1,5 euro per ogni chilo trasportato. Per tornare a casa invece il prezzo è in media di 100 euro a viaggio.
Il parcheggio di Cascina Gobba è il “cordone ombelicale” attraverso il quale chi ora vive e lavora in Italia può tenersi in contatto con le proprie radici. Corriere e pulmini ogni settimana consumano l’asfalto, garantendo la capillare rete di trasporto su cui si affidano i lavoratori stranieri.
Nina non è mai tornata a casa. Non può farlo, non ha ancora documenti. L’unico filo diretto con il suo paese lo trova qui, nell’estrema periferia est di Milano, ogni fine settimana. “Questo è l’unico posto in cui mi sento come a casa. Solo qui c’è atmosfera del mio Paese” . Si racconta Nina anche se con difficoltà: è ucraina ha ventisette anni, due figli e lavora come badante. Occhi e capelli neri come la pece. È intimorita, gioca ininterrottamente con le mani quasi scandisse il tempo delle parole. Questo parcheggio per lei significa rapporti umani, significa mandare e ricevere regali dal proprio Paese, significa “contatto” con la terra natia ma anche semplicemente divertimento. “Mio marito durante la settimana lavora come muratore. Il fine settimana viene qui per aiutare un amico”. A caricare e scaricare i camion.
Passeggiando tra le bancarelle ci si accorge che non ci sono italiani in giro e non si sente parlare italiano. Comunicare non è facile e si avverte una certa diffidenza. Si ha l’impressione di essere finiti in un posto che non ci appartiene e bisogna stare attenti a non invadere. Sbirciando all’interno dei camion si viene assaliti dalla curiosità. Quella curiosità che si prova quando si scopre qualcosa di insospettabile e affascinante allo stesso tempo. Ed è inevitabile che venga da chiedersi quale bambino giocherà con quella renault gialla, talmente grande, che fa così tanta fatica a stare tutta nel retro del camion. Destinazione: romania.
Il parcheggio di Cascina Gobba, è un centro pulsante delle interazioni tra immigrati, uno spaccato a molti sconosciuto così come lo è la vita di Nina. Che aspetta con ansia ogni fine settimana per “tornare un po’ a casa”.
Qui nessuno parla italiano eppure basta mettere un piede fuori e “tornare a Milano” per vedere una decina di ragazze dell’est “vestire” dei cartelli: “Cerco lavoro”. Stavolta in Italiano, stavolta si rivolgono “a noi”. Ma varcata quella soglia si sente, si avverte, quello che c’è aldilà è soltanto loro. Prima di andarsene, Nina saluta e dice: “Non è che poi racconti di me, vero?”
(foto di Greta Sclaunich)



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