La torretta di cenere appoggiata sul suo mozzicone di sigaretta pende pericolosamente verso il pavimento. Il suo sguardo, per un attimo, si fissa nel vuoto, in bilico fra tristezza e stupore. Ma si scuote subito, tornando a sorridere mentre la cenere scivola a valanga sui suoi pantoloni eleganti. “In Italia ci sto da quarant’anni, non ho mai fatto del male a nessuno”.
Jovica Jovic è del ’52 ed è nato a Belgrado. E’ un Rom. Ci incontriamo in via Morigi 8, presso l’associazione terra del fuoco, dove tiene i suoi corsi di fisarmonica cromatica. “Insegno a orecchio, perché è così che l’ho imparata a suonare”. Sembra che i residui di storie vissute e conosciute per strada siano sedimentati fra le pieghe del suo volto. Ha una barbetta scolorita e pochi capelli. La sua faccia è molto più invecchiata rispetto alle foto di qualche anno fa.
“Ho suonato con Piero Pelù, Moni Ovadia, Vinicio Capossela”. Dal 2007 però il suo visto è scaduto e Jovica è finito in trappola. Rinnovarlo significa andare in questura, andare in questura significa essere riconosciuto. Clandestino, quindi colpevole. Con quella sua voce un po’ triste un po’ lamentosa, spiega che da irregolare ha suonato in cerimonie ufficiali, “come quella al binario 21 per il giorno della memoria”.
Appoggia le mani sul tavolino e si sporge un po’ in avanti con le spalle. Alle dita anelli, al collo una cravatta elegante. “Un permesso di soggiorno d’onore. Penso di meritarmelo, visto tutto quello che faccio per voi”.



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