In via Fontana c’è uno dei tanti studi legali di questa città. Pareti levigate, piante da ufficio, libri perfettamente scaffalati. Una vaga percezione di giallo colora l’atmosfera. A fare da contraltare a tutta questa precisione, ci sono le storie che sfilano silenziose in questi corridoi. Storie di quelle che un giorno ti svegli e pensavi che avevi fatto tutto giusto nella vita e invece no, era sbagliato e non te l’aveva detto nessuno, e adesso hai 40 anni e devi ricominciare. Tutto. Senza badare ai cascami della tua esistenza precedente che crollano sul presente con la delicatezza di un meteorite.
L’avvocato accoglie tutti con un largo sorriso, a metà fra lo scherzoso e il compassionevole. Come una grande mamma che abbraccia i suoi figli tornati dalla guerra. Quel sorriso sarebbe forse una beffa in più, se tutto non restasse sospeso in un surreale, tacito gioco delle parti. E poi l’avvocato un po’ gli vuole bene davvero a loro, e loro hanno bisogno di qualcuno a cui voler bene, dopo tutto.
Padri separati. Chi si presenta in questi uffici sono entità in bilico fra la rabbia e l’abisso della solitudine. Schiacciati nel meccanismo burocratico che li vuole sempre colpevoli, questi uomini non avranno mai un riscatto. Pagano in denaro le loro scelte, in affetto negato l’istinto delle vendette incrociate. E poi hanno il più grande difetto che si possa avere di questi tempi: non sono mediatici, neanche per una virgola.
A. ha cambiato città. E’ solo, a Milano, dopo 30 anni vissuti in provincia. Dopo tante beffe e tante sconfitte non dovrebbe fidarsi più di nessuno, e invece mi sorride e vorrebbe farsi riconoscere, farsi fotografare. Tutti lo sconsigliano perché ha un processo in corso e potrebbe dire cose compromettenti: “ma io non ho paura di dire quello che penso”. E continua a sorridere.



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