L’appuntamento è al “Metissage” di via De Castilla. Zhudi ha due ore di ritardo, ma ero già stato avvertito da un po’ di persone: “è sfuggente, per usare un eufemismo”. Non mi dispiace visto che il clima in questo piccolo circolino Arci è accogliente. Intrattengo due parole con la bigliettaia trans che prima non voleva farmi entrare e che adesso non mi mollerebbe più.
Dopo un’altra ora Zhudi – o meglio Zanko – arriva. “Ciao sono Luca, quello dell’intervista”. “Ah ciao! Sì, sì, adesso facciamo subito…aspetta un attimo che…”. Passa un’altra mezz’ora prima che abbia salutato tutti. “Zanko l’arabo bianco”, come si legge sulla copertina del suo primo cd, è tutto fuorché uno stupido. Ha i capelli perennemente spettinati, una barbetta impercettibile e la divisa “street” di qualsiasi rapper che si rispetti. Nelle sue canzoni canta le origini siriane della sua famiglia e quella vita milanese – troppo milanese – da immigrato di seconda generazione. E’ bianco, anche se conosce da sempre l’arabo alla perfezione. E’ bianco, anche se è cresciuto in un quartiere di immigrati. E’ bianco, anche se le sciure, quando ci parlano, fanno una faccia strana e non ci credono che è siriano.
Fumiamo una sigaretta, prima dell’intervista. So che il suo italiano è impeccabile, ma da quando conosco tutta la storia è come se in ogni parola che pronuncia avesse una cadenza straniera. “Chi è normale, in fin dei conti?”.



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