Già so che qualcuno protesterà: “bella storia di Milano questa!”. Eppure il fatto che Bobo Rondelli – livornese di nascita, emiliano mezzo sangue – abbia solcato per la prima volta un palco in questa città è un evento quasi storico. Ovvio, non si parla della Storia con la S maiuscola che fa mostra di sè nei libri, ma di quella popolare che si aggira nei bassifondi e respira nebbia.
Bobo Rondelli è un artista. Di più. Un grande artista. Suona, canta, recita, scherza, ride, offende. E tutto questo lo fa in un modo che è difficile da spiegare, quasi come faceva Maradona col pallone: in maniera naturale, semplice, perfetta. Seguendo geometrie del pensiero che ci sono sconosciute, ma che – una volta messe in pratica – risultano meravigliose. Poi quando scende dal palco è scontroso, cupo, scostante. Come se il suo corpo dicesse che lui sta bene solo quando è su.
Ma Bobo Rondelli è anche uno di quelli che non ce l’ha fatta. Nonostante le sue capacità superiori alla media degli artisti italiani è sempre stato ignorato dal giro grosso. Un po’ per il suo caratteraccio, un po’ per la sua incapacità di scendere a compromessi. Ogni centimetro di carriera se l’è guadagnato col sangue e il sudore dei concerti e dei dischi. Ha scritto un album a quattro mani con Stefano Bollani (“Disperati, intellettuali, ubriaconi”), Paolo Virzì gli ha dedicato un documentario (“L’uomo che aveva picchiato la testa”) e quest’anno è stato tra i cinque finalisti del premio Tenco. Così, a 47 anni, a Milano – la piazza grossa – c’è arrivato per la prima volta ieri. Lunedì 17 maggio 2010, al Teatro Parenti in via Vasari.
Visibilmente emozionato, ha fatto scintille. E la piccola comunità dei livornesi a Milano era tutta lì ad applaudirlo. “Grazie Bobo”.



1 response so far ↓
1 Lorenzo Strambi // mag 31, 2010 at 12:02 pm
C’erano anche dei pisani come me. Grande Bobo!
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