“Dobbiamo rimanere lucidi, quindi niente vino”. La faccia del delegato sindacale è contratta in una maschera di tensione. Sa che in quelle ore si decide tutto. Il presidio – che dura da due giorni – si stringe in un’assemblea spontanea davanti alle porte della palazzina in via Carlo e Alberto Pirelli. Al quinto e al sesto piano, dove ci sono gli uffici della Mangiarotti Nuclear, sono in in tre che mandano avanti l’occupazione perché la digos fa entrare poche persone alla volta. “Il padrone vuole mandarne a casa metà”. Mormorii. “Noi non ci staremo”. La rabbia si accumula, le proteste si sovrappongono. Un pensiero orribile attraversa la mente dei presenti: sta per finire tutto.
Il 30 aprile 2009 Mangiarotti Nuclear e i rappresentanti dei lavoratori firmavano un accordo con cui i vertici aziendali si impegnavano “al mantenimento dello stabilimento produttivo di Milano” dando la cassa integrazione straordinaria per 55 persone. A distanza di sei mesi dalla firma però, parte del reattore americano in lavorazione a Milano viene dirottato verso Pannellia, in provincia di Udine, perché l’azienda è intenzionata a spostare la produzione a Monfalcone, in Friuli. I cassaintegrati inoltre passano da 55 a 100. È l’inizio dello scontro: gli operai cominciano un presidio permanente all’officina di viale Sarca 336, fanno ricorso al tribunale civile e lo vincono, come decreta la sentenza del 9 marzo 2010 che impone il ritiro della procedura di cassa integrazione straordinaria considerata illegittima e l’immediato rientro della commessa principale ovvero l’americana Westinghouse. In un primo momento l’azienda rispetta la sentenza poi precipita nuovamente il tutto: un “blitz” notturno da parte della proprietà sottrae gli ultimi pezzi della commessa e gli operai decidono l’occupazione degli uffici. Le bandiere della Fiom sventolano per due giorni fuori dalle finestre degli uffici. Poi sindacati e proprietà non trovano l’accordo neanche in prefettura, tutti gli operai sfondano e salgono. “Occupazione di massa”. Poi alle sei del mattino arriva la polizia a sgomberare e tutti tornano a presidiare la fabbrica: “da qui non uscirà più uno spillo”.
Di pomeriggio il sole picchia forte nell’atrio di fronte alla palazzina. “La gente ci vede qui è pensa che siamo dei perditempo. Non sanno che c’è un giudice che dà ragione a noi”.



1 response so far ↓
1 Umberto Giovanni Berton // ago 2, 2010 at 8:05 pm
Ciao!
Sono quello che a suo tempo ti aveva forse troppo tartassato a proposito dell’Icona piangente.
Voglio solo dirti che vedo pochi commenti ai tuoi interventi.
Che sono tutti davvero molto belli e utili. Complimenti!
E volevo solo aggiungere che se i commenti sono pochi è -penso- perché i tuoi articoli sono già ben compiuti così. A meno che non si abbia qualcosa di “tecnico” da precisare, c’è poco da dire. Anch’io come vedi non avrei altro da aggiungere. Suggerirò in giro il tuo blog.
Continua così! Con simpatia, Umberto.
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