storie di Milano viste da un quartiere

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Ciabatte, polvere, sorrisi sdentati, gonne lunghe

luglio 10th, 2010 · No Comments


“Il mio nome è Diana, ma a scuola mi chiamano Florentina o Esmeralda”. Mentre lo dice ride, tenendo la sua amichetta sotto braccio e con un sorrisetto furbo che le si allarga sul volto. Diana (o Florentina? o Esmeralda?) è uno dei 400 bambini – su 600 persone – del campo rom di via Triboniano. Un campo enorme, fatto di baracche e contraddizioni. Gli uomini sopra i trent’anni hanno tutti un pancione rigonfio la cui ampiezza è direttamente proporzionale all’influenza nella comunità. E poi ciabatte, polvere, sorrisi sdentati, gonne lunghe. In una strada interna al campo, che lo divide in due tronconi, c’è un mercatino improvvisato: marito e moglie vendono della merce, scarpe, vestiti, bottiglie, lampade, addirittura un violino. Lui lo prende, finge di suonarlo, vuole apparire ai miei occhi come lo stereotipo dello zingaro. Poco distante, da una delle baracche esce fuori una ragazza bellissima, avrà si è no 16 anni, ma ha già un figlio cui badare. Lo sguardo cupo, la testa inclinata verso il basso, si nasconde.
Sopra i tetti c’è una quantità di roba impressionante, come tanti magazzini alla rovescia. E alla rovescia è tutto, qua dentro. Alla rovescia è la loro filosofia di vita, fatta di carne grassa cotta su griglie bisunte e bambini con dita sporche infilate in bocca. Eppure non sono infelici. “Certo, anche tra noi ci sono i delinquenti, non si può negare – dice Marian, uno dei capi – ma perché ci volete dipingere come mostri?”.

Alcuni si lamentano, non vogliono essere ripresi. “Se i nostri capi vedono che viviamo qui, perdiamo il nostro lavoro”.

Tags: via Triboniano

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