Il cortile è un grande desktop decadente aperto sulla periferia. Ciascuna delle cento, mille finestre incastrate sulle facciate color marroncino è una porta d’accesso a vite magre, affaticate, consunte da decenni di sopravvivenza. In via Lope de Vega, cuore della Barona, si parla solo in arabo, meridionale e slang. I linguaggi delle case popolari.
Qualcuno si affaccia, facce torve, sguardi interrogativi. Sono un forestiero in un micropaese dove si conoscono tutti e ogni mio movimento è seguito a vista. Non ce l’hanno con me, soltanto mi guardano come un animale strano, come un gruppo di indigeni guarderebbe un esploratore. Dura qualche secondo, poi tornano a spingere i passeggini, ad accendere gli scooter, a legarsi i capelli alti sopra la nuca con le ciocche che penzolano sopra orecchini larghi e rotondi. I ragazzi in maglietta attillata all’ultimo grido, le donne in vestitini sdruciti comprati al mercato. Qui anche il dress code è capovolto.
Negli anni 70, quando questi due palazzoni di popolari furono costruiti nel nulla, il primo doveva essere assegnato a chi era in lista. Fu preso d’assalto dagli abusivi e gli assegnatari, per non restare a mani vuote, occuparono il secondo. Oggi Lope de Vega va avanti, nonostante la Milano che le è cresciuta intorno. La guarda, come un corpo estraneo, ma non se ne cura molto. Lo stesso l’Italia, lo stesso il mondo. Con tutti i suoi abitanti impegnati a vivere lì, in quel mega complesso, senza fare niente e spingendo i soliti passeggini. Convinti che la vita, forse, non continui nemmeno oltre il marciapiede.
“Oggi in Lope de Vega hanno messo le cancellate per difendersi da chi viene da fuori – mi racconta un amico – dieci anni fa era il contrario, c’era da aver paura a passare di lì. Si sparavano dai balconi”.



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