Tradimento. In bocca a loro suona strana questa parola. Li vedi sempre lì a maneggiare colori, bombolette spray nella tasca di dietro, pantaloni larghi a vita bassa, maglietta sporca di vernice. Sempre a parlare di acrilici, muri, dipinti, che non ti immagini possano covare un sentimento cupo come il rancore. Eppure quando tiri fuori l’argomento e dici Milano, per loro è come una ferita al cuore. È la loro città che li ha traditi. Anzi, li ha cullati, cresciuti, lanciati e poi traditi.
Via Gola, anno domini 2011, ore 23. Un qualsiasi giorno d’aprile. Sonda ha appena finito un lavoro su commissione, una parete due metri per quattro in una camera da letto privata (casa mia): un cocker su di un isola volante pronto a traghettare due giovani innamorati, lei sulle spalle di lui. La sua ultima visione. Borsone in spalla, dentro una quarantina di spray, il giovane writer – famiglia siciliana, barba rotonda, parlantina sciolta – torna verso la macchina parcheggiata in via Segantini. Si ferma alla fermata dell’autobus per l’ultima sigaretta e l’ennesima riflessione sulla sua città che da almeno tre anni lo perseguita: “Sai cosa mi fa più tristezza? Che in Italia la street art è nata qui, a Milano. Qui c’erano i giovani più promettenti, qui c’era la voglia di far bene”. Il suo pensiero corre a Vittorio Sgarbi quando ancora era assessore alla cultura della giunta Moratti. Lui ci aveva provato. Con il Padiglione di Arte Contemporanea e compagnia bella, le frasi sul Leoncavallo pieno di graffiti (“è la nuova cappella Sistina”) e una libertà d’azione totale. Spazi, mostre, cataloghi. Nel marzo del 2007, “Sweet Art”, l’esposizione al Pac, tra mille polemiche ha fatto registrare qualcosa come 60mila visitatori. Sembrava un movimento ormai sdoganato, l’occasione buona per far passare una ventata di fresco nei corridoi di mostre e musei. “Eravamo tutti pronti, dopo aver fatto il giro del mondo la street art arrivava anche qui”. E invece, più niente. Tabula rasa. “Anzi, proprio nel momento in cui hanno visto che iniziavamo ad avere un seguito, ci hanno bloccati”.
Qui inizia il secondo capitolo di questa storia schizofrenica, ovvero quando la macchina da guerra della reazione comincia a scaldare i motori. Ma non è una bella storia, davvero, almeno per chi odia il grigio. Milano diventa l’unica città ad applicare quell’articoletto del codice penale – modificato per l’occasione – che impedisce persino di fare i dipinti su commissione all’esterno. E giù con denunce, arresti, processi. Guerra totale, insomma. Con l’unico risultato che quelli bravi davvero smettono di dipingere clandestinamente per non correre rischi, lasciando i muri alle tag selvagge, senza nessuna guida.
Ora Milano è terra bruciata, con muri sporchi di spray senza senso che non hanno più niente da dire. “Alla Barona e a Lambrate hanno cancellato le hall of fame delle crew storiche. A New York, quelle di harlem, sono diventate un museo a cielo aperto”.



0 responses so far ↓
There are no comments yet...Kick things off by filling out the form below.
Leave a Comment