storie di Milano viste da un quartiere

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Paolo Maurizio Ferrari

maggio 20th, 2011 · No Comments

Questa storia ha un doppio nome e un cognome: Paolo Maurizio Ferrari.
A condannare una persona per le sue scelte, e ancora prima per i suoi errori, sono bravi tutti. Ma giudicare un uomo per la coerenza delle sue azioni – seppure queste azioni sono state meccanismi di dinamiche perverse – è un esercizio che richiede un’onestà intellettuale fuori dal comune. Con molta presunzione, questo è l’obbiettivo delle prossime righe.

La nostra storia ha un nome, dicevamo. Non uno qualunque, ma uno che scotta. Quello di un brigatista rosso. Per esattezza, il primo delle Br ad entrare in un carcere e l’ultimo ad uscirne. Spiegare come Paolo Maurizio Ferrari sia arrivato su un tetto di via Del Sarto partendo da Nomadelfia è un viaggio sopra le righe della storia scritta nel nostro paese. Modenese, classe 1945, fu abbandonato bambino a don Zeno Santini, e crebbe nelle terre maremmane di Nomadelfia: una comunità agricola che si richiama alla chiesa delle origini e che vive in una dimensione avulsa dalla società contemporanea.

Diventa il compagno “Mao” – così era chiamato nelle Brigate Rosse – nel ’69, salutando Maria Teresa (la mamma adottiva) e lanciandosi a testa bassa contro quelle che riteneva ingiustizie. Viene arrestato nel maggio del 1974, ma non è il carcere a fermarlo. Le galere, per lui, sono terreno di lotta e nel 1984 si prende altri cinque anni per aver partecipato nel ’79 alla rivolta dell’Asinara.

Mai condannato per fatti di sangue, ha scontato la pena massima prima dell’ergastolo. Ha trascorso i suoi trent’anni di reclusione senza chiedere uno sconto, senza usufruire di un solo giorno di permesso premio, né di un beneficio. Ma non è marcito. E sopratutto non si è mai pentito, di nulla.

Uscito nel 2004, la sua vita poteva sembrare finita. Il mondo, l’Italia, Milano erano cambiate. Gramsci era fuori moda e un vecchietto con la barba e il fisico asciutto sembrava non poter dire più nulla – nel bene o nel male – alla storia di questo paese.

Invece.

Rocambolesco come un finale di partita, si arruola nelle fila di autonomi e anarchici. Paolo Maurizio Ferrari non ha molto a che spartire con loro – sono giovani, sprovveduti e stupidotti, perlopiù – ma hanno nel sangue la lotta e forse un po’ di cuore contro le ingiustizie. Diventa uno squatter, occupa case sfitte, sale sui tetti. L’ultimo in via Del Sarto. Qui, mentre i ragazzotti vicino a lui si spalleggiano a vicenda e tirano tegole contro la polizia e contro il sistema, lui se ne sta in disparte, isolato, irriducibile, a combattere una personalissima rivoluzione. Granitico, inossidabile. Faccia a faccia con la sua vita, la guarda negli occhi; non la teme – seppur dovrebbe -, perché si sente più forte di lei. E la schiaccia, con tutto il peso della coerenza estremista.

Novello Barone Rampante, Don Chisciotte urbano. Chiamatelo come volete, ma un po’ di storia Paolo Maurizio Ferrari continua a farla. Anche se alla rovescia, come nel suo stile: il blitz in via Del Sarto avviene proprio durante il ballottaggio alle elezioni per il Sindaco di Milano, il banco di prova del Berlusconismo. Se perde qui, Berlusconi probabilmente cade. Il candidato di sinistra è in vantaggio, mentre quello di destra ha solo una carta da giocare: sventolare lo spauracchio dei comunisti violenti.

Mentre scrivo sono in sei sul tetto, gli unici a tenere vive le speranze di Berlusconi. Paolo Maurizio Ferrari è tra loro.

Tags: via Del Sarto

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