Se ne sta zitto, fermo, seduto sui marciapiedi del centro. Principalmente via Torino, ma anche via Dante e corso Vittorio Emanuele. Si direbbe che è immobile – molto più delle statue umane da quattro soldi, sempre pronte a farsi una foto col turista di turno – se non fosse per quelle mani che lavorano veloci. Sulla faccia ha impressa un’espressione quasi disgustata, come se disprezzasse il mondo che lo circonda. Me compreso. Coltellino nella mano destra, intaglia. Frutta e ortaggi, principalmente.
E’ l’artista della frutta di Milano – vi sarà capitato di vederlo. Non è il primo e non è da molto che c’è, ma ha una caratteristica che tutte le volte che lo incontro mi lascia sgomento: è terribilmente serio. Non guarda nessuno se non le sue mani che lavorano per trasformare carote e barbabietole in gabbiani, cigni o rose. Non fa un cenno con la testa quando qualcuno fa tintinnare una monetina nella vaschetta di plastica e non batte ciglio quando l’obbiettivo impudente di una telecamera si intrufola nel suo raccoglimento. A pensarci bene, mi rende inquieto. Penso: ma come fa quell’uomo a starsene lì per così tanto tempo, per quei pochi spiccioli, a fare sempre la solita cosa? E che fine fanno quegli ortaggi? Perché non si preoccupa di niente? Non è felice né triste: sdegnato, piuttosto. Forse lui ha capito il senso della vita, dell’eternità? Se è così, temo non ci siano buone notizie. Ma se lo ha capito perché sta zitto e non lo dice a nessuno?
Quando fa buio, poi, raccoglie tutto. E scompare.



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