C’era una volta la stazione centrale di Milano. Era un posto orribile, sporco, pericoloso. Un cantiere infinito di giorno, terra di nessuno la notte. Là, ci hanno vissuto per anni Viktor, Antonello e altri. Poi sono arrivati i militari, a stazionare in piazza Duca d’Aosta e a smacchiare un po’ il biglietto da visita di Milano. Poi il cantiere è finito e la stazione – il primo luogo che incontrano gli immigrati mezzi-e-mezzi, quelli che non hanno i soldi per l’aereo ma che possono evitare il gommone – è diventata un po’ più bianca. E si è metallizzata, plastificata, complicata. Un labirinto privo di senso, un incubo per il viaggiatore occasionale e un’angoscia per quello pendolare. Meno sporca, ma più assurda. Adesso langue, impacchettata di negozi inutili e mai aperti – che odierò ancora di più una volta che apriranno – in attesa di un senso e di una sistemazione definitiva.
I barboni ci dormono sempre. Ma Viktor non l’ho mai più visto.



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