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	<title>storie di Milano viste da un quartiere</title>
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		<title>Berlino non è mai stata così lontana</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 14:01:31 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Siamo circondati da parole orribili. Svolazzano intorno a noi come tante goccioline d’acqua in una nuvola di vapore. E ogni tanto qualcuna di queste ci precipita addosso e ci colpisce quando meno ce lo aspettiamo. Forte, come una sassata. “Esodati” è una di queste parole. Chi sono gli “esodati”, perché ci tormentano con questa barbarie [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/05/Lutz.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/05/Lutz-209x300.jpg" alt="" title="Lutz" width="209" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-730" /></a>Siamo circondati da parole orribili. Svolazzano intorno a noi come tante goccioline d’acqua in una nuvola di vapore. E ogni tanto qualcuna di queste ci precipita addosso e ci colpisce quando meno ce lo aspettiamo. Forte, come una sassata. “Esodati” è una di queste parole. Chi sono gli “esodati”, perché ci tormentano con questa barbarie terminologica, cosa vogliono da noi? Sono un esercito di cinquantenni sull’orlo del precipizio, truffati da chi dice di combattere le truffe, raggirati da chi dovrebbe difenderli: ovvero, lo Stato. Tecnicamente, sono quei lavoratori che hanno firmato un patto con l’azienda per lasciare il posto e attendere la pensione con serenità. E che oggi, dopo la riforma delle pensioni, sono finiti in uno dei tanti pozzi artesiani della burocrazia. Prigionieri della stessa angoscia di un precario, ma con 30 anni di più sulle spalle.<br />
Lutz Kühn è l’emblema del paradosso di quest’epoca. Uno spilungone amburgese di 59 anni — da 25 residente in Italia — che dal 1983 ha lavorato nel settore sviluppo e ricerca dell’azienda Nokia Siemens, mettendo le radici in Lombardia. Uno dei cervelli del settore radio mobile, finito anche lui fra i 300 messi in mobilità nel 2008. Attento e compìto, ascolta gli interventi prendendo appunti su un largo quaderno a righe. Quando interrogato, sfoggia educato un accento da gemella Kessler. Sorride spesso, anche quando racconta come si è visto scivolare la soglia della pensione dal 2014 al 2019. «L’azienda mi ha garantito soldi e contributi solo fino al 2014 — spiega — in quei cinque anni che restano sarò senza alcun tipo di reddito». Fa impressione vedere uno come lui in quel contesto. Vittima silenziosa del meccanismo economico internazionale che ha il suo motore freddo proprio nelle stanze del Bundeskanzleramt, la sede del governo tedesco. Berlino non è mai stata così lontana. Lutz non si fa illusioni, ma in fondo in fondo è fiducioso. Crede nel sindacato, lui. E, sarà per l’altezza, nella sala dell’assemblea la sua figura spicca tra le altre, snella e flessuosa. </p>
<p>Nello stesso esercito, schierati insieme a lui, ci sono anche gli immigrati del sud Italia di 40 anni fa. Con le camicie a maniche corte, i baffi scuri e la voce roca. Dalle troppe sigarette o dalla polvere respirata in fabbrica, difficile dirlo. </p>

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		<title>Abercrombie, Aberzombie</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Apr 2012 17:36:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Si fa presto a dire &#8220;negozio di vestiti&#8221;. Bisogna osservarlo da vicino, e a quel punto si capisce che non è un semplice negozio di vestiti. Non è neanche un particolare negozio di vestiti. Forse bisognerebbe dire che è un negozio di vestiti, ma di un altro pianeta. &#8220;Abercrombie &#038; Fitch&#8221; recita la targa incassata [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/04/foto.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/04/foto-300x225.jpg" alt="" title="foto" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-714" /></a> Si fa presto a dire &#8220;negozio di vestiti&#8221;. Bisogna osservarlo da vicino, e a quel punto si capisce che non è un semplice negozio di vestiti. Non è neanche un particolare negozio di vestiti. Forse bisognerebbe dire che è un negozio di vestiti, ma di un altro pianeta. </p>
<p>&#8220;Abercrombie &#038; Fitch&#8221; recita la targa incassata sulla parete, di fianco all&#8217;entrata. Una scritta che ha qualcosa di antico, di grave. Che ricorda i film americani degli anni 30, seri seri, col gessato, i sigari e i cappelli alla Kevin Costner ne &#8220;gli Intoccabili&#8221;. Ma prima di notarla, bisogna fare un po&#8217; di fatica e sforzarsi di ignorare tutto quello che succede davanti all&#8217;entrata. Due modelli sorvegliano il monumentale ingresso attraversato senza sosta dalla folla dei clienti affamati in cerca di un pezzo di America. I due sono giovani, vestiti identici, con una camicia bianca e blu, i jeans e i mocassini estivi senza calze. Ragazzi di 18 anni (forse), belli come il sole. Dentro, un ragazzo afroamericano a torso nudo si fa fotografare con le clienti, mettendo in mostra addominali e pettorali. E&#8217; il suo lavoro, è pagato per farlo e trascorre tutta la giornata così. </p>
<p>All&#8217;interno &#8220;Abercrombie &#038; Fitch&#8221; è un negozio di vestiti, certo. Ma una passeggiata dentro, non è come una passeggiata normale in un normale negozio di vestiti. E&#8217; piuttosto un&#8217;esperienza a metà tra un viaggio negli Usa e una notte in discoteca. La musica ha un volume altissimo, come in un rave. Angoli bui e luci sparate su pile di magliette tutte ordinate secondo le stesse combinazioni di colori. Verde, azzurrino, blu per i maschi. Lillà, rosa, rosso per le femmine. Combinazioni che si ripetono all&#8217;infinito e che tolgono i riferimenti, al punto che sembra di essere in un labirinto techno. Il gioco di luci alternate al buio, sembra invece un cimitero di periferia alle 8 di sera, con tante lapidi illuminate. </p>
<p>Alle pareti delle scale ci sono degli affreschi. Raffigurano un&#8217;epica contemporanea fatta di giovanotti muscolosi e sportivi, ben vestiti, che fanno la bella vita. Ma la cosa curiosa è che vengono ritratti con uno sguardo vuoto e assente, come degli zombie. E fa impressione la somiglianza di questi disegni con i commessi veri, bellissimi, sorridenti e impostati, come in un vecchio video di Britney Spears. Ogni tanto spunta il muso di un alce impagliato, con sulle corna due mazze da hockey e un pallone da calcio. </p>
<p>Comprare è quasi impossibile. Il luogo incute timore e sembra volerti comunicare: &#8220;questi siamo noi, questa è l&#8217;America. So che ti piace, ma non sarai mai come noi. Fattene una ragione. Ed esci fuori dalla palle, prima che uno dei commessi decida di considerare la tua faccia come il suo pallone da football&#8221;. </p>
<p>Mi precipito fuori, accompagnato dai sorrisi diabolici dei due guardiani. Ad attendermi &#8211; in un sereno pomeriggio di primavera &#8211; corso Matteotti. </p>

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		<title>Venti di guerra</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Mar 2012 16:58:28 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/03/211801809-c2feb6b1-e007-4912-9369-7217af5dab9b1.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/03/211801809-c2feb6b1-e007-4912-9369-7217af5dab9b1-226x300.jpg" alt="" title="casolare occupato in via valvassori peroni" width="226" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-702" /></a> Visto dall’alto, è come l’ultimo tassello mancante di un puzzle. Intorno c’è una scuola alberghiera, l’orto botanico della facoltà di agraria della Statale, altri edifici universitari, l’istituto di Tumori, il centro sportivo Crespi, un gruppo di case. Ma lì, in quell’area comunale di via Valvassori Peroni al numero 10, tre casolari abbandonati a ridosso della ferrovia, il degrado resiste e l’anarchia regna. A testimoniarlo, persino lo sberleffo di un graffito che trasforma la scritta “Comune di Milano” in “Autonomia di Milano”. Lo spazio è occupato abusivamente e nei fine settimana vi si organizzano feste e rave party che attirano centinaia di giovani. Da quando si sono instaurati lì, raccontano i residenti, la pace del quartiere è finita: l’ultimo tratto della via diventa terra di nessuno, si accendono falò sul marciapiede, la musica techno viene sparata a tutto volume, e non di rado la bisboccia sconfina anche nelle vie adiacenti, Tajani e Vanzetti.<br />
Per quell’area, da un anno e mezzo, è previsto un progetto legato all’ampliamento dell’istituto alberghiero che si trova di fianco, l’Ipsar Vespucci. Il programma di riqualificazione dell’area servirebbe «a dotare l’istituto di spazi e attrezzature più idonei e sicuri &#8211; si legge in una delibera provinciale &#8211; diminuendo la spesa corrente legata ad affitti e manutenzioni». Il tutto avverrebbe tramite un passaggio di gestione dal Comune alla Provincia, ma finché rimangono gli occupanti, nessuno può fare niente. </p>
<p>In via Amadeo e in via Paladini a poche centinaia di metri dal centro sociale occupato, si svolgono le annuali manifestazioni in memoria di Sergio Ramelli, il militante del Fronte della Gioventù ucciso nel 1975 a 18 anni, proprio in via Paladini, da un gruppo di studenti di Avanguardia Operaia. Quella zona è territorio dei militanti di estrema destra.</p>

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		<title>Milan Monkeys</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 16:31:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Con i primi sospetti di primavera, escono. Scimmie. Saltellanti, arrampicatrici, corritrici. Branchi sparpagliati, indipendenti, che si muovono nella jungla urbana come pesci nell&#8217;acqua. Con l&#8217;asfalto e con gli spigoli, hanno la stessa familiarità di un falegname con la sega. Difficile che tu possa seguirne uno a lungo, ti sfuggirà dalla vista in pochi secondi, andandosi [...]]]></description>
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<p><iframe width="420" height="255" src="http://www.youtube.com/embed/ffRIqzTEcVo" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
Con i primi sospetti di primavera, escono. Scimmie. Saltellanti, arrampicatrici, corritrici. Branchi sparpagliati, indipendenti, che si muovono nella jungla urbana come pesci nell&#8217;acqua. Con l&#8217;asfalto e con gli spigoli, hanno la stessa familiarità di un falegname con la sega. Difficile che tu possa seguirne uno a lungo, ti sfuggirà dalla vista in pochi secondi, andandosi a nascondere in qualche canneto di pali della luce o in una palude di cemento.<br />
Lo chiamano Parkour ed è l&#8217;arte di spostarsi da un punto all&#8217;altro. Se ci pensate bene, si può considerare alla stregua di un linguaggio del corpo, di un codice comportamentale, di un algoritmo del movimento. Le regole sono chiare, ci si sposta non camminando, ma arrampicandosi. Non appoggiandosi, ma saltando. Non lenti, ma veloci. Correndo. Il piazzale degli autobus di Romolo (largo Tazio Nuvolari) è il luogo che preferiscono. Saliscendi lastricati di mattonelle arancioni come lo sciroppo, muretti ruvidi e bombardati di graffiti. Così ostili e repellenti alle persone normali, dalli a loro e li farai felici come un bambino con le caramelle. Il loro habitat ideale è tutta la periferia: la grande foresta di cornicioni, muri e piazzole semi abbandonate che circonda Milano, incubi architettonici che dal caos mentale con cui sono stati progettati restituiscono un percorso perfetto per i &#8220;<strong>Milan Monkeys</strong>&#8220;, i parkouristi della città.</p>
<p>A me piace pensare che sia una forma di lotta. E che con quelle mani e quelle scarpe da ginnastica, quando agguantano e calpestano gli spigoli dei muri fingano di abbatterli. </p>

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		<title>Via Gola: terra di nessuno, di animali, di vecchie abitudini</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 17:53:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I milanesi veri, quando fai il suo nome, reagiscono. Si girano verso di te, ti fanno un cenno di assenso o ti lanciano uno sguardo spaventato. Poi commentano, in qualche modo: &#8220;via Gola, certo, via Gola, come no? Ma è una brutta zona quella, meglio starne alla larga. Cosa ci vai a fare?&#8221;. Se non [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/02/golapichi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-649" title="golapichi" src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/02/golapichi-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>I milanesi veri, quando fai il suo nome, reagiscono. Si girano verso di te, ti fanno un cenno di assenso o ti lanciano uno sguardo spaventato. Poi commentano, in qualche modo: &#8220;via Gola, certo, via Gola, come no? Ma è una brutta zona quella, meglio starne alla larga. Cosa ci vai a fare?&#8221;. Se non la conosci, invece, può capitarti di passarci per caso, passeggiando lungo l&#8217;alzaia naviglio pavese. All&#8217;improvviso, nel fresco di una serata di mezza stagione, la vedi. E un po&#8217; ti spaventi. Lei che si guadagna le tenebre fuggendo verso il fondo, non mostra mai il suo vero volto. Cerca di rimanere nascosta all&#8217;effervescenza delle strade che la circonda. La riconosci subito per il suo carattere cupo e anarchico. Le auto parcheggiate a caso, perché qui non ci sono né strisce gialle né strisce blu, ma ancora le vecchie strisce bianche. La polizia non ci viene quasi mai, solo ogni tanto quando sono a caccia di &#8220;black bloc&#8221; o per sgomberare gli abusivi delle case popolari di cui è ricca.</p>
<p>Via Gola è i murales che la colorano di politica militante e rancorosa. Qui, dimoravano alcuni sospettati di appartenere delle <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/19/intellettuale-hacker-delle-nuove-br.html" target="_blank">nuove Br</a>. Via Gola è terra di nessuno, terra di spaccio e di miseria. Ma è anche terra di animali, di vecchie e care abitudini, di vita semplice. Via Gola è misteriosa e invitante, un crogiuolo umido e brulicante di storie. Storie che fanno rabbrividire, ma allo stesso tempo commuovono. E&#8217; il primo caso che trovo in vita mia di una strada che assomiglia a un palazzo: quello di <a title="viale bligny 42" href="http://www.giambellinotolstoi.it/archives/117">viale Bligny 42</a>.</p>
<p>L&#8217;ingresso dal naviglio è sorvegliato da due punti d&#8217;osservazione privilegiati, come i fari all&#8217;entrata di un porticciolo, dove stazionano i suoi guardiani dai mille occhi e dalle mille orecchie. Il bar e l&#8217;ex distributore automatico. Chi entra, passa sotto lo sguardo vigile delle sentinelle. Giovani spacciatori, squatters anarchici, anziani calabresi in pensione. Pensare di poter dividere in categorie chi vive da queste parti è un errore imperdonabile: in via Gola &#8211; e in via Pichi, la traversa più avanti sulla sinistra &#8211; le facce che vedi in giro sono un blocco unico. Facce che si fanno vedere, che si manifestano e manifestano. Anime perdute, figlie di un medesimo destino di povertà e disagio. Sono gli scarti della città, uomini e donne, imbruttiti e fortificati dalla vita, che covano rabbia e splendore. Nascosti come sono nell&#8217;ultimo buco di culo di un quartiere, il Ticinese, diventato ormai terreno di conquista per designer effeminati e alternativi con il portafogli spesso.</p>
<p>Via Gola mi piace. Qui ci sono sbalzi di tensione continui, altalenanti, che si respirano nell&#8217;aria e che si leggono sui volti della gente. E che si allineano perfettamente alle frequenze del mio umore.</p>

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		<title>Sembra Sarajevo dopo un bombardamento</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 19:55:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La domenica mattina è quasi una categoria del pensiero. Se ne sta lì, ferma ferma, ovattata in quel suo carisma da bambina viziata, consapevole che non puoi resisterle. Che non puoi far altro che concederti a lei &#8211; col suo sapore di piumone e latte caldo. Per questo, quando un evento esterno, improvviso, scombussola i [...]]]></description>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-ospedale.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/02/foto-ospedale-300x225.jpg" alt="" title="foto ospedale" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-605" /></a>La domenica mattina è quasi una categoria del pensiero. Se ne sta lì, ferma ferma, ovattata in quel suo carisma da bambina viziata, consapevole che non puoi resisterle. Che non puoi far altro che concederti a lei &#8211; col suo sapore di piumone e latte caldo. Per questo, quando un evento esterno, improvviso, scombussola i tuoi piani e ti obbliga a dirle di no, che non puoi rimanere con lei a crogiolarti fra le coperte, che devi andare, osservi il mondo con altri occhi.<br />
Ospedale San Paolo, via Di Rudiní. Arrivo in sella a una Punto sbilenca e con una costola dolorante. Parcheggio storto, sulla bocca ancora le briciole di un cornetto. L&#8217;entrata del pronto soccorso sembra la periferia di Sarajevo dopo un bombardamento. Mi addentro in un tortuoso conuicolo fatto di lamiere e pannelli, spaventato e con l&#8217;angosciosa sensazione di essere finito in un labirinto, senza poter arrivare mai all&#8217;accettazione. Dura pochi secondi e mi ritrovo davanti a un locale, a cui una specie di portineria sottrae un quarto della superficie e del volume. Osservo attraverso il vetro della portineria e vedo tre infermieri dediti alla nobile arte del cazzeggio. Un cartello minaccioso intima di non disturbarli e per questo mi accodo a una fila che inizia e finisce nel nulla. Dietro a me un padre con figlio dolorante, invece osa chiedere informazioni. Dall&#8217;altra parte lo guardano come un marziano, senza rispondere nulla, finché arriva un tale, una specie di custode, e trovo la conferma di aver fatto la scelta giusta. Nel frattempo, il bambino che ha un dito fasciato, comincia a piangere. La sua faccia si scioglie in una smorfia di dolore, le guance gli si arrossano come se avesse ricevuto due schiaffi. Ma soffre osservando un coraggioso silenzio, interrotto solo ogni tanto da rapidi singhiozzi.<br />
Poco distante, invece, a due passi dalle sedie dove chi deve farsi visitare attende la chiamata, c&#8217;è una donna di mezza età accompagnata dal marito. Non ha bende, non ha fasce e cammina sulle sue gambe, ma a ogni minuto si piega sullo stomaco e piange, anche lei. Un pianto del tutto diverso da quello del bambino: disperato, assoluto, la obbliga ad aprire la bocca e gemere e mostrare i fili di saliva pastosa che rimangono appesi alle due estremità delle labbra. Soffre a tal punto che diventa un elemento a se stante, in quel panorama di desolazione. Nessuno sembra accorgersi di lei, eppure il dolore oscuro che la tormenta &#8211; non riesco a capire cosa ha &#8211; è assordante. Frush! Improvvisamente si aprono le porte del pronto soccorso e vengo risucchiato da un interstizio scabroso di quell&#8217;ospedale macilento. </p>
<p>Esco: la radiografia conferma che la mia costola sta bene. Sorrido e punto sereno verso l&#8217;uscita, quando la vedo. E&#8217; ancora lì, contorta nel dolore. E sta peggio di prima. </p>

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		<title>A Milano vanno un casino le feste con le parrucche</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 18:21:57 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/01/parrucche.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2012/01/parrucche-273x300.jpg" alt="" title="parrucche" width="273" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-574" /></a>Nel cuore della notte, ti sembra di essere finito in un episodio di Super Mario Bros. Annebbiato dal freddo e da troppe ore di lavoro mal pagate, ti viene come un fremito, un dubbio. Ma quelli che vedi davanti alla porta di un locale sull&#8217;Alzaia naviglio Pavese non sono funghi su cui devi saltare. Quelle capocchie colorate sono piuttosto delle parrucche. Sì, perché a Milano vanno un casino le feste con le parrucche, e non puoi farci niente. Le vedi zompettare, tante vecchie ragazzine col tacco 12 e le calze nere a tenersi ferma la testa come se stesse per cadere, quando escono fuori per fumare una sigaretta. Ridono, pazze e anche un po&#8217; ubriache, come se quella fosse l&#8217;ultima sera della loro vita. Loro animano la festa, rivelando episodi sconci alla macchinetta del caffé con il compagno di scrivania. Si sbellicano dalle risate, con il capo arancione, azzurro, verde. E ridono, ridono, ridono, convinte di aver trovato la felicità nel cesso rotto di un pub da quattro soldi. D&#8217;inverno. Poco importa se ti accorgi solo a metà strada di quanto odio profondo provi per spettacoli del genere. E poco importa se vorresti dirgli &#8220;ma togliti quel coso di testa, per favore! Tanto non sei felice lo stesso&#8221;. Non lo dirai mai. E non sei Super Mario Bros.</p>
<p>A Milano, in realtà, vanno un casino anche le feste anni 70, le feste a tema con un film, le feste monocolore: tutti vestiti di blu, ad esempio.</p>

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		<title>Dentro ogni carota c&#8217;è un potenziale gabbiano</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 13:05:42 +0000</pubDate>
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<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/Vr6xpfhd2KU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe><br />
Se ne sta zitto, fermo, seduto sui marciapiedi del centro. Principalmente via Torino, ma anche via Dante e corso Vittorio Emanuele. Si direbbe che è immobile &#8211; molto più delle <a href="http://www.giambellinotolstoi.it/archives/142">statue umane</a> da quattro soldi, sempre pronte a farsi una foto col turista di turno &#8211; se non fosse per quelle mani che lavorano veloci. Sulla faccia ha impressa un&#8217;espressione quasi disgustata, come se disprezzasse il mondo che lo circonda. Me compreso. Coltellino nella mano destra, intaglia. Frutta e ortaggi, principalmente.<br />
E&#8217; l&#8217;artista della frutta di Milano &#8211; vi sarà capitato di vederlo. Non è il primo e non è da molto che c&#8217;è, ma ha una caratteristica che tutte le volte che lo incontro mi lascia sgomento: è terribilmente serio. Non guarda nessuno se non le sue mani che lavorano per trasformare carote e barbabietole in gabbiani, cigni o rose. Non fa un cenno con la testa quando qualcuno fa tintinnare una monetina nella vaschetta di plastica e non batte ciglio quando l&#8217;obbiettivo impudente di una telecamera si intrufola nel suo raccoglimento. A pensarci bene, mi rende inquieto. Penso: ma come fa quell&#8217;uomo a starsene lì per così tanto tempo, per quei pochi spiccioli, a fare sempre la solita cosa? E che fine fanno quegli ortaggi? Perché non si preoccupa di niente? Non è felice né triste: sdegnato, piuttosto. Forse lui ha capito il senso della vita, dell&#8217;eternità? Se è così, temo non ci siano buone notizie. Ma se lo ha capito perché sta zitto e non lo dice a nessuno? </p>
<p>Quando fa buio, poi, raccoglie tutto. E scompare. </p>

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		<title>Un diluvio di chincaglieria</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Aug 2011 15:21:04 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2011/08/DSCN5008.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2011/08/DSCN5008-300x225.jpg" alt="" title="DSCN5008" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-558" /></a>&#8220;Bastardi, bastardi&#8221;. Il vecchietto cammina spingendo la sua bicicletta bianca sopra le dune erbose dell&#8217;area di fronte al centro commerciale di Bonola. Dietro di lui due nordafricani &#8211; uno con il cappello da messicano e la maglia dell&#8217;Italia, l&#8217;altro con un&#8217;elegante polo a righe &#8211; lo seguono divertiti. Tutto intorno il &#8220;mercatino delle pulci di portobello&#8221;. Più che un mercato, un&#8217;accozzaglia di ferrivecchi e merce rubata. Pile di autoradio sradicate e ripulite, cataste di improbabili computer usati, dvd a 2 euro. E poi un diluvio di chincaglieria esposta alla meglio su teloni di plastica e cofani di auto. Spesso direttamente sull&#8217;asfalto. Occhi da lupo e bracci da galera a fare la guardia. Sulla sponda che affaccia su via Checov, l&#8217;angolo delle biciclette rubate. Marocchini, tunisini, algerini, egiziani. Ognuno con il suo bolide da piazzare, attendono pazienti sotto il sole la clientela sempre numerosa.</p>
<p>&#8220;Me l&#8217;avete rubata nel cortile di casa, bastardi. E poi me la ritrovo qui al mercatino. Ma se chiamo i vigili qui succede un macello!&#8221;. I due ridono, ma non lo mollano. &#8220;Su, dagli almeno qualcosa a lui, poverino&#8221; dice uno dei nordafricani rivolto all&#8217;anziano e indicando il compagno. Arrabbiato ma pur sempre spaventato, il signore tira fuori il portafogli e sgancia 20 euro. &#8220;Via, bastardi, via&#8221;. </p>
<p>I due se ne vanno sorridenti. La loro giornata l&#8217;hanno appena fatta.</p>

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		<title>Utopie reali dell&#8217;abitare. In Bovisa</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 08:33:34 +0000</pubDate>
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<p><a href="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2011/07/foto2.jpg"><img src="http://www.giambellinotolstoi.it/wp-content/uploads/2011/07/foto2-300x225.jpg" alt="" title="foto(2)" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-546" /></a>In principio erano cacciaviti, martelli, trapani. «C’era un gran via vai da queste parti, i primi giorni. Gente che chiedeva aiuto per i lavoretti, da un’abitazione all’altra. Come in tutte le case appena costruite anche qui c’era bisogno di aiutarsi po’ all’inizio. E visto che viviamo tutti insieme, ci è venuto ancora più naturale».<br />
Simone De Battisti, sociologo e consulente, da circa un anno vive insieme ad altre 50 persone nel primo esperimento riuscito di condivisione di casa in cohousing. Fa un po’ da Cicerone mentre passeggia negli spazi comuni del palazzo in zona Bovisa, due piani a ferro di cavallo con porte d’ingresso affacciate una davanti all’altra. A dominare sono rosso e il bianco degli intonaci. «Quando qualcuno organizza un evento o una serata, mette fuori una bandiera nella corte, visibile a tutti &#8211; spiega Simone &#8211; a seconda del colore della bandiera, si capisce che tipo evento si tratta, se è un apertivo piuttosto che una festa per bambini. In questo modo tutti sono invitati ma nessuno è obbligato a dire sì o no. È la filosofia che abbiamo qui dentro: cercare la socialità ma allo stesso tempo conservare la nostra privacy».<br />
Imprenditori, pensionati, ingegneri, creativi, studenti. In questo piccolo angolo di paradiso, alla periferia nord ovest di Milano in via Donadoni Giudice, sono venute ad abitare (e a comprare casa) persone di tutti i tipi. L’unica regola, prima di iniziare questa avventura di coabitazione, era quella di piacersi a vicenda, con l’obbiettivo di creare qualcosa che andasse oltre il buon vicinato. In questo, la community virtuale di cohousing.it ha avuto un ruolo fondamentale. La comunità residenziale, infatti, era nata prima su Internet dove persone accomunate dagli stessi desideri hanno avuto modo di conoscersi e scegliersi a vicenda. Il resto è venuto da sé.<br />
Oltre all’aumento della socialità, ci sono anche vantaggi economici e di tempo. Quattro tra lavatrici e asciugatrici campeggiano nello spazio comune al piano sotterraneo, di fianco al parcheggio delle auto: «Le abbiamo comprate insieme &#8211; continua Simone &#8211; e ogni famiglia ha messo la sua parte. Stessa cosa abbiamo fatto con i trapani: ce ne sono due e sono a disposizione di tutti. Perché compre ognuno per sé degli oggetti che si usano così di rado?».<br />
Salendo una scaletta, si arriva in una specie di soppalco all’aperto, dove c’è la piscina comune. Una coppia di ragazzi appena uscita dall’acqua ci sorride e, ancora bagnati, si incamminano a piedi nudi nel sentierino della chiostra centrale. «Certo, dire che non ci sono mai problemi sarebbe sbagliato. Ma anche qui esistono delle regole. Come ad esempio l’organizzazione di feste private che deve essere sempre comunicata a tutti, sul nostro sito web interno».</p>
<p>Gli abitanti di questo microcosmo odiano le fotografie e guardano storto i giornalisti. «Ci piace raccontare la nostra esperienza, ma non vogliamo che gente esterna invada la nostra tranquillità». Col tempo, la piccola comunità ha imparato a farsi forza a vicenda e a superare ostacoli che, in un normale condominio, sarebbero stati quasi insormontabili. Come quando hanno scoperto che la ditta costruttrice aveva montato male la caldaia. «Ci dicevano che non c’era nessun problema, ma i consumi erano altissimi. Tra di noi ci sono ingegneri che di queste cose ne capiscono e così abbiamo deciso di misurare la temperatura, ognuno nella sua casa. Così siamo riusciti a dimostrare che qualcosa non funzionava: avevano montato due tubi al contrario. E lo abbiamo scoperto noi».</p>

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