Questa non è una storia per vecchi. Ma non tanto perché si scandalizzano subito a parlare di alcool, quanto perché chi ha più di quarant’anni difficilmente la capirebbe.
Via Borromini, angolo via Tibaldi. Il Subway bar lo riconosci per le luci basse e le migliaia di scritte sparse ovunque negli interni, sui muri e sui tavoli. Scritte che sono tag, ma anche semplici dichiarazioni d’amore incise con le chiavi. Sembrano tante cicatrici guadagnate sul campo di battaglia che nobilitano il volto di un guerriero. Ma qui la guerra è un concetto lontano, se non quella quotidiana, quella che si combatte tutti i giorni nell’arena di questa città.
Giek (e non jack) è il capo, quello che fa i panini e che comanda tutto. Con occhio vigile ha visto passare nel suo locale generazioni di giovani, skater, alternativi, writer, studenti, punkabbestia. E non c’entra nulla la movida, non c’entrano nulla i tacchi a spillo e i pr. Qui la Milano da bere è un cocktail a 2 euro. Fiumi di distillati mescolati a bevande gasate scorrono ogni martedì e giovedì in bicchieri di plastica. Un’isola felice, nascosta in quella cerniera che separa lo chic dalla vita vera e che si chiama circonvallazione. Un luogo da autoctoni che trasuda vita vissuta da ogni angolo e che i più affezionati non ci tengono a pubblicizzare molto. “Se ci vado dopo le dieci di sera è già tutto occupato, un tempo era territorio indisturbato fino almeno alle undici e mezza. Ora si sparge la voce e addio cocktail a 2 euro”.
In alto sulla sinistra un vecchio telelvisore a scatolone grigio. Trasmette un b-movie muto che fa la parodia a un successo hollywodiano di qualche anno fa. “La tv? Non ho l’antenna – dice Giek – e faccio vedere qualche vecchia cassetta che ho io”.
Già so che qualcuno protesterà: “bella storia di Milano questa!”. Eppure il fatto che Bobo Rondelli – livornese di nascita, emiliano mezzo sangue – abbia solcato per la prima volta un palco in questa città è un evento quasi storico. Ovvio, non si parla della Storia con la S maiuscola che fa mostra di sè nei libri, ma di quella popolare che si aggira nei bassifondi e respira nebbia.
Bobo Rondelli è un artista. Di più. Un grande artista. Suona, canta, recita, scherza, ride, offende. E tutto questo lo fa in un modo che è difficile da spiegare, quasi come faceva Maradona col pallone: in maniera naturale, semplice, perfetta. Seguendo geometrie del pensiero che ci sono sconosciute, ma che – una volta messe in pratica – risultano meravigliose. Poi quando scende dal palco è scontroso, cupo, scostante. Come se il suo corpo dicesse che lui sta bene solo quando è su.
Ma Bobo Rondelli è anche uno di quelli che non ce l’ha fatta. Nonostante le sue capacità superiori alla media degli artisti italiani è sempre stato ignorato dal giro grosso. Un po’ per il suo caratteraccio, un po’ per la sua incapacità di scendere a compromessi. Ogni centimetro di carriera se l’è guadagnato col sangue e il sudore dei concerti e dei dischi. Ha scritto un album a quattro mani con Stefano Bollani (“Disperati, intellettuali, ubriaconi”), Paolo Virzì gli ha dedicato un documentario (“L’uomo che aveva picchiato la testa”) e quest’anno è stato tra i cinque finalisti del premio Tenco. Così, a 47 anni, a Milano – la piazza grossa – c’è arrivato per la prima volta ieri. Lunedì 17 maggio 2010, al Teatro Parenti in via Vasari.
Visibilmente emozionato, ha fatto scintille. E la piccola comunità dei livornesi a Milano era tutta lì ad applaudirlo. “Grazie Bobo”.
Esistono parole che ci sembrano corrispondere ad un solo elemento della realtà. Ce la raffiguriamo nella mente come piccoli disegnini standard e ci stupiamo quando vediamo che nella vita di tutti i giorni esistono altre situazioni a cui quella parola si adatta con una semplicità disarmante. Un esempio è la parola orto. “S.m. estensione di terreno, spesso cintato, dove si coltivano ortaggi e piante da frutto”. Nella mente sta là, raffigurato come un quadratino ordinato di terra verde con lievi sprazzi di colore, magari con sempre le solite quattro verdure. In via Conca del Naviglio, invece, l’orto è un’altra cosa. Spezzettato, frammentato, qui è diventato quasi un concetto astratto. Una forma di lotta e sopravvivenza alla città che cura solo le sfumature del grigio.
L’idea dell’associazione “Ortinconca” è quella di unire i pollici verdi del quartiere mettendo a disposizione terrazze, balconi, cortili, ringhiere e davanzali per la coltivazione di piante ortofrutticole rare e in via d’estinzione. Il meccanismo è semplice: i semi vengono acquistati dalle associazioni “seed saver” (salvatori di semi) – come Civiltà Contadina e Kokopelli – e poi vengono distribuiti tra i soci a seconda delle disponibilità. Sono gli stessi semi che gli emigranti italiani si portavano dietro come un tesoro, ritrovati dagli eredi americani in fondo a vecchi cassetti in vecchie soffitte. Così, oggi, in Italia, quei piccoli tesori ritornano – attraverso mille passaggi e mille mani – per dare vita all’orto urbano, smembrato e sparpagliato su moderne terrazze in mattone. Consentendo la sopravvivenza di ortaggi leggendari che non hanno più spazio nelle coltivazioni massive dell’agricoltura industriale.
“Provi a dire: quante varietà di pomodori esistono?”. 5, 6? “Più di seicento”.
Entro con rispetto e in silenzio anche se Francesco Ceci, il padrone di casa, è gentile. In quelle stanze è nata e cresciuta una storia musicale lunga centoventi anni, una storia che oggi rischia di scomparire. La banda di Crescenzago, classe 1894 è un’istituzione del quartiere, diligente custode di cultura e tradizioni locali. Una di quelle bande che sanno molto di Italia, tutte fiati e facce simpatiche. Cerimonie, feste e funerali, come in un film di Fellini. La sede, in piazza Costantino, si vede già da via Padova ed è quella con le scritte sull’intonaco esterno. Il Comune di Milano da qualche tempo ha deciso di mettere in vendita questo immobile. Una “cartolarizzazione”, mi spiega, e penso che non esista una parola più brutta e disumana di questa. “E’ stato inserito nel fondo immobiliare “Comune di Milano I” e sarà venduto. Ci hanno anche proposto una nuova sede, ma che senso avrebbe andarsene da qui?”. Ceci mi mostra le foto attaccate al muro, ma il mio sguardo è catturato dalle sedie ordinate di fronte agli spartiti vuoti. Il corpo musicale di Crescenzago è una delle due bande sopravvissute in città, l’altra è quella di Affori, e divide la sua sede (l’ex Palazzo Municipale quando Crescenzago era un Comune) con altre associazioni.
“Se ci sfratteranno davvero saremo costretti a chiudere – continua Ceci – i musicisti sono soprattutto persone anziane, ci basterebbe continuare qualche anno”. Sconsolato, aggiunge: “tanto non ci sono più giovani che vogliono continuare. Dicono che gli strumenti a fiato stancano”.
E’ una chiesetta scavata in via San Gregorio, una manciata di stanze che danno su un piccolo cancello cui si accede da una rientranza dei palazzi. Dico scavata perché in quel luogo la devozione è tanta – e tanto cieca – che non mi stupirei se i fedeli si fossero messi a scavare con le mani nel cemento per ritagliarsi quell’angolo di preghiera estrema. E poi con quelle stesse mani insanguinate si fossero inginocchiati a pregare.
Là, in quella chiesa ortodossa dedicata a San Nicola, dicono che ha pianto una madonna. Lacrime, acqua. Sgorgate copiose da un’icona misteriosa costruita da monaci ortodossi. Per uno con il cuore ateo come il mio, apparentemente non c’è niente da vedere. Ma osservare i personaggi che sfilano e saltellano intorno a questa madonna è un’esperienza unica. E poi il parroco si chiama don Abbondio e la cosa crea un grottesco perfetto.
Che l’ambiente sia un po’ partigiano si capisce dall’altra madonna, quella che sta accanto: anche dai suoi occhi partono due righe di pianto. Ma quella è la copia di un’altra Maria, sorride il giovane parroco, che ha pianto in un’altra chiesa e in un altro paese. Nascondo il mio scetticismo e continuo l’indagine. C’è una sensitiva (che lei quell’icona l’aveva vista lacrimare già una dozzina di volte ma nessuno le voleva credere) e ci sono i miracolati che hanno speso ore e giorni in attesa di quelle lacrime e che adesso vogliono la loro dose di provvidenza.
All’improvviso una ragazza scoppia a piangere. “Ha ritrovato la fede, ecco il vero miracolo!”, dice il giovane parroco. Capisco che forse ho indagato abbastanza e me ne esco, con in tasca un santino della madonna che piange. Li aveva distribuiti prima don Abbondio.
Anche Milano ha il suo mare. E non è l’Idroscalo, non sono i navigli, non sono le piscine. E’ il parco agricolo sud. Qui è possibile riposare lo sguardo, rilassare il nervo ottico ossessionato dal panorama ingolfato di palazzi. Qui ci si può lanciare all’orizzonte, aumentare l’ampiezza del nostro respiro e rilasciare la tensione dei muscoli facciali senza paura di incontrare auto o tram.
All’estremo confine sud, dove inizia il mare di Milano, c’è via Cascina Bianca. Il cosiddetto “blocco”, palazzoni di case popolari che sembrano bastimenti incagliati sul fondo che attendono da decenni un rimorchio che li porti via da lì. La cerniera che divide Milano dal suo mare, proprio a ridosso delle abitazioni, è un muro. Che non è un muro qualunque lo si intuisce dalla posizione, ultimo bastione della città prima dell’inizio della campagna. Ma lo si capisce veramente soltanto osservandolo e per osservarlo devi fare un’operazione precisa: voltare le spalle al parco ed guardare la schiena di quell’ultimo battaglione di case. Questo muro è la “hall of fame” di un gruppo di writers della Barona. “Palestra” di graffiti, ospita disegni accumulati nel tempo, sovrapposti (anche fisicamente) alla ricerca di una visibilità passeggera in uno dei luoghi più nascosti di Milano. E’ come se un Goya, un Klimt, un Picasso fossero stati dipinti l’uno sull’altro, cancellati a vicenda con graffi e sberleffi, sulla parete retrostante di una chiesa a Islamabad. Una galleria abbandonata e sconosciuta che si lascia rodere dal tempo e dalle intemperie. Come una scogliera vittime del suo mare.
“Per fare il disegno del demone volpe ci siamo beccati una multa di 900 euro, e nonostante tutto il giorno dopo siamo tornati a finirla. Dopo quell’episodio (marzo 2009) io non sono più tornato lì. attualmente ci siamo rinchiusi in una cantina a disegnare su dei pannelli di cartongesso sperando che almeno lì non ci venga impedito di disegnare… “
Tutti sanno cos’è il 25 aprile, in pochi capiscono cosa sta succedendo al 25 aprile. L’Italia, Milano. Come vetro fuso che cola sullo strumento di un vetraio e si divide, da una parte e dall’altra. Noi siamo quel vetro, il 25 aprile è quello strumento. Costretti a dividerci da una parte e dall’altra, senza ricordare più perché stavamo uniti evitando di squagliarci.
In via degli Anemoni c’è una storia. Una di quelle storie emblematiche che non hanno pietà per i nostri dubbi. Una storia che riflette come uno specchio gli ultimi 50 anni e le loro illusioni. L’istituto pedagogico della resistenza, la cui ultima sede sopravvive proprio in via degli Anemoni, è un’associazione che racchiude nel suo nome tutta la lungimiranza dei fondatori: creare una realtà con il compito di tramandare i valori della Resistenza alle nuove generazioni. Vecchi saggi come Alba Rossi Dell’Acqua, Angelo Peroni, Riccardo Bauer, Guido Petter – consapevoli dei pericoli della secolarizzazione – hanno voluto l’ipr come un ordine di Cavalieri Templari votati alla conservazione del sacro sepolcro della Resistenza. Ovvero la memoria.
La secolarizzazione in effetti poi è arrivata, sebbene oggi abbia ancora le grottesche sembianze di piccoli amministratori iperlocali (quasi come se la Storia con la esse maiuscola si fosse ridotta ad una questione di quartiere). “Inutili, abusivi e senza titolo” ha tuonato il presidente del consiglio di zona 6 Girtanner (ex AN) contro l’Ipr. Vagli a spiegare che la concessione nel 1983 è stata gratuita, che c’è la volontà di avere un nuovo contratto, che la memoria è una cosa importante. Niente da fare, non ne hanno voluto sapere e da un anno l’avvocatura del Comune ha iniziato un processo. Così l’ipr rischia la chiusura. E magari un giorno sparirà anche, come fosse un vecchio capannone di periferia da abbattere.
“In dieci anni ci hanno incendiato due volte la sede, più una serie di atti vandalici a ripetizione – spiega la presidente – e ci hanno mandato due avvisi di sgombero, mai effettuati. Sa perché non li hanno mai fatti? Perché siamo in regola”.
Krystel è canadese, molto bella e con un’eleganza tutta sua. Sembra giovanissima, anche se ha tre figli. Ma non è per questo che ha una marcia in più. E’ come se vivesse un metro davanti a tutti, in una dimensione dove tempo e spazio sono compressi e dove si possono fare tre cose in un colpo solo. Lo capisco quando scopro che è riuscita a trasformare un piccolo inestetismo accidentale in un business. Così, come si toglie una ciocca di capelli davanti al viso. “Ero depressa perché volevo tornare in forma, dopo la terza gravidanza mi sentivo grassa. Per questo ho scelto la Pole Dance”. Oggi è qui, in via Col di Lana, con la sua palestra di balli sensuali e una sfilza di signorine in coda per accedere ai corsi. Forse per impressionarmi ancora di più, mi fa assistere ad una performance dell’istruttrice astraliana. Un’esibizione esclusiva per me. La ragazza sale con una velocità impressionante, le sue gambe muscolose agguantano il palo come fosse un ramoscello. Muove il corpo a suo piacimento e lo sforzo delle braccia non genera fatica, ma erotismo. Rimane sospesa in aria fluttuando con i suoi movimenti lenti, calmi, sensuali come se non sentisse il peso del corpo trascinato giù dall’attrazione gravitazionale.
“Qua creiamo un ambiente molto intimo, femminile che mette a proprio agio le ragazze e che le fa diventare più spigliate”, mi dice Krystel. “Ogni volta che vengono, hanno i pantaloncini sempre un po’ più corti della volta prima”.
A Milano, in zona Tertulliano, c’è una via intitolata a Giulio Verne, sommo autore ottocentesco di viaggi e avventure che ispirò con la sua fantasia scienziati e scrittori di epoche successive. Nessuno conosce via Giulio Verne perchè via Giulio Verne rappresenta il nulla. E’ uno spiazzo di catrame corroso compreso tra una fabbrica abbandonata e una scarpata ferroviaria di gucciniana memoria, irsuta di rovi e concimata a rifiuti. L’unico motivo per avventurarsi in via Giulio Verne era di visitare un fantastico murales firmato da un certo BEKSI raffigurante un gigantesco toro furibondo e sbuffante su uno sfondo di fiamme arancioni (nella foto), che però adesso non c’è più. Via Giulio Verne simboleggia la Milano dimenticata, abbandonata; simboleggia la rassegnazione, l’incuria, l’ignoranza; simboleggia la sconfitta della fantasia e della gioia.
Andate a visitarla e soffermatevi a riflettere sul senso della vita urbana, ma mi raccomando, non portate il cane, che il mio dopo l’ultimo pellegrinaggio l’ho dovuto ricoverare per un attacco di diarrea.
Suona una sirena. Il rombo cupo degli aerei si doffonde nel cielo sopra Milano. Si allarga come una macchia d’olio su quello sfondo grigio di nuvole sovrapposte. Tempo per pensare non ce n’è. La mamma prende in braccio i due bambini, il nonno è già sulle scale. Provo a immaginarmele tutte quelle persone ammucchiate all’entrata del rifugio antiereo di piazza Grandi. E’ l’estate del ‘43. Una fila ancora composta – seppur agitata da quell’adrenalina che entra in circolo quando la salvezza è a pochi centimetri da noi. E poi, una volta entrati, giù nel rifugio la folla, silenziosa di un silenzio spettrale interrotto dagli scoppi e dal pianto dei bambini. Gli uomini con la faccia preoccupata che cercano di indovinare quale palazzo è crollato, le donne angosciate che pensano al futuro dei loro figli.
Adesso ci sono due impiegati comunali che fumano e controllano l’entrata, mentre scendiamo con gli speleologi per visitare il bunker. Buio, fango e scritte sul muro. Siamo così fuori dalla Storia, penso mentre le torce illuminano le pareti. Ma me ne pento subito. Risaliamo, mi scrollo di dosso l’umidità e sono felice di rivedere la luce.
“C’era un signore da queste parti che quando suonava la sirena lo trovavano già nel bunker. Aveva un cane, lui si accorgeva prima di tutti quando arrivavano gli aerei”.