Celebra et labora. La vita cade a pezzi, la scuola pure. Eppure sotto la pioggia, sotto la tristezza, sotto le macerie dell’incertezza, c’è qualcuno che ha ancora voglia di sentirsi italiano (per il significato che può ancora avere). E per festeggiare l’Unità d’Italia c’è chi ha deciso di rimboccarsi le maniche. Non per fare un dispetto alle istituzioni e alla storia del paese, anzi: per salvaguardare un patrimonio. La scuola pubblica. Alle medie di Cassinis di via Hermada — zona Niguarda — il programma della giornata è serratissimo. La “squadra falegnami” già alle 8.30 del mattino sarà a lavoro per fissare in tutte le aule assi di legno per appendere le cartine geografiche. Nel pomeriggio passeranno ad avvitare i banchi e aggiustare porte di aule che non si chiudono né si aprono. Poi c’è la “squadra giardino” (pulire il verde, aggiustare i pali del campo di pallavolo), la “squadra sgombro” (smaltire il materiale in disuso, liberare l’ultima aula a destra del terzo piano) e la “squadra pulizia” che al termine di ogni intervento passerà a ramazzare le zone di lavoro. «La scuola dei nostri figli cade a pezzi – dice Emanuela Russo, presidente comitato genitori della Cassinis – sebbene da anni sia inserita in un progetto di abbattimento e ricostruzione del Comune. Il problema è che l’amministrazione rimanda sempre l’intervento per problemi di fondi».
«Per quanto possibile, facciamo da soli». Sopra la loro testa un grande tricolore di 18 metri per 6, appeso alla facciata.
Dalla fantasia alla realtà, a volte, il passo è breve. Per come l’avevano pensata i disegnatori di Batman, la dimora del super eroe pipistrello non dovrebbe essere troppo diversa dal loft targato Gabriele Moratti. Il personaggio dei fumetti e cartoon che di notte combatte il crimine di Gotham City e che di giorno veste i panni del ricco imprenditore Bruce Wayne, vive in una villa a nord della città. La nostra zona Certosa, per intendersi. Villa Wayne ha l’accesso alla bat-caverna garantito da tre entrate nascoste nel giardino. In via Ajraghi la botola motorizzata porta in un bunker sotterraneo in cemento (la Moratti-caverna) con ring da boxe e poligono di tiro insonorizzato. A Villa Moratti c’è un ingresso garage sorvegliato, mentre nella tenuta Wayne il sistema di sorveglianza è collegato all’onnisciente Batcomputer che tiene sott’occhio tutta Gotham City. E se il super eroe per combattere il crimine ha deciso di dotare la sua dimora di hangar, palestra, molo per la barca, sala dei trofei, stanza delle armi e un laboratorio chimico al livello inferiore, Gabriele “Bebe” Moratti non è stato da meno: nella sua ha organizzato 200 metri quadri di sala fitness con grande vasca idromassaggio, sauna, bagno turco, piscina salata e soppalco-palestra, ponte levatoio che sale in un enorme soggiorno, con cinema privato. Gusti diversi, ma sulle proporzioni ci siamo.
Mancano dettagli sul materiale che ricopre i mobili di casa Batman, mentre si sa qualcosa di quelli in via Ajraghi: «In pelle di squalo», parola d’architetto Pavanello.
Una buca di un metro scarso di diametro. Comparsa all’improvviso in mezzo all’asfalto della rotonda in piazza Bolivar. Per chi in questa città si muove e percorre le strade (no, non è scontato che tutti lo facciano) le buche sono forse la manifestazione di uno degli eventi più banali. Di buche ce ne sono ovunque e di tutti i tipi: alte, basse, belle, bionde, magre, brune, chiatte. Attentano al ciclista come all’automobilista, al pedone come al tassista, al tranviere come allo scooterista. Ma quella buca – quella maledetta buca – non è come le altre. Nel suo cuore oscuro, nasconde la profondità senza fine. Terribile, oscena. Quel vuoto mostruoso in cui i ragazzini usciti dalla scuola hanno buttato un occhio, ritirandosi terrorizzati. Un’anziana signora, spaventata, si sporge oltre la recinzione cercando la voragine con lo sguardo. Lei qualcosa ha capito. “Quella adesso ci inghiotte!”, sussurra.
Nella vita normale esiste una spiegazione razionale. Tutta colpa di un danno al sistema fognario che corre sotto, all’altezza dello snodo che raccorda la circonvallazione con via Lorenteggio e via Foppa. Sei metri di volta delle fognature sono crollati facendo scivolare la terra verso il basso e facendo mancare il sostegno sotto l’asfalto. Lasciando il vuoto come una certezza che scompare. Gli automobilisti passando in superficie, hanno fatto il resto. Nessun rimpianto per quel disastro inconsapevole, nessun senso di colpa per quella ferita lasciata sulla pelle di Milano. Pezzettino per pezzettino, l’asfalto è stato mangiato dal traffico e da quel niente là sotto.
Ma nell’inconscio che dorme nel tessuto neuronale della città, la risposta non esiste. E se esiste, è un’altra. Ora che ha mostrato il vuoto che ha dentro di sé, tutti sono terrorizzati dalla città. Il caos. Macchine incolonnate per ore, un inferno di clacson. E non importa se quella buca è piccola, non importa se verrà richiusa in venti giorni. Ormai si è mostrata, nelle viscere, ha fatto vedere quello che nessuno voleva vedere. In molti, aggrappati al proprio clacson, hanno capito l’assurdità di quell’esistenza incatenata sulla circonvallazione. Guardando in fondo alla buca hanno fatto il conto dei giorni sprecati, delle occasioni perse, delle scelte sbagliate.
«Richiudetela, richiudetela!», si affretta a dire qualcuno. Ma non per il traffico nelle strade. Per il traffico nelle anime.
Il trauma si raffredda lentamente. L’inquietudine comincia a prendere il posto della rabbia e dello sgomento. Lo shock non è più fisico, ma mentale, e assume le forme di un compagno sgradevole che non ti abbandona neppure nei gesti quotidiani. Per questo Iacopo, a sei giorni da quel maledetto sabato sera, sta cominciando a rimuovere. Non parla di quella notte, quando può cambia discorso. Evitare l’argomento, distrarre il pensiero da quella sequenza di immagini che tornano in continuazione nei suoi ricordi, per lui è un sollievo. Ma è ancora lontano dal riuscire a scacciare quel chiodo conficcato in chissà quale remoto angolo della sua mente. «Subito dopo, parlava dell’aggressione con disinvoltura — racconta il padre — adesso è molto più insicuro, fa fatica ad affrontare l’argomento. È come se fosse entrato in una fase delicata: il suo cammino per riprendersi e reinserirsi comincia adesso».
Anche la vita quotidiana è lontana dal ritrovare una sua dimensione. Iacopo non tornerà a scuola prima di sette otto giorni e tra due mesi dovrà affrontare una nuova operazione: il chirurgo del Policlinico dovrà togliere le due placche in titanio che martedì gli ha impiantato nell’osso, per ricompattare la sua mandibola frantumata. Poi un altro mese di dolori. Adesso parla a fatica e non può mangiare normalmente. L’intervento più delicato, però, resta quello a livello psicologico. La famiglia — il padre Sergio con la sua compagna Giulia e i suoi due figli di 16 e 25 anni — adesso si stringe attorno a lui e fa da parafulmine a tutto ciò che arriva dall’esterno. Come un talismano che scaccia gli incubi. «Non gli parlo di quello che accade — dice il padre — non lo aggiorno in tempo reale sulle indagini. Io i miei figli li conosco bene e capisco quali sono le loro paure».
Inquietudine e stanchezza, oltre che nella mente di Iacopo, si avvertono anche nelle parole di Sergio. Dopo averla descritta nella sua lettera, dopo averla spiegata in televisione, la sua missione di sensibilizzare la gente e le istituzioni è ancora viva («voglio andare avanti più ci sforziamo meglio è, non bisogna aver paura») ma non è più la priorità. Ora è il momento di stare accanto al suo «jàja». E anche un desiderio di giustizia, finora sempre trattenuto, affiora. «I Carabinieri della caserma Monforte-Vittoria hanno lavorato bene, sono stati bravi e veloci. Adesso devono finire il loro lavoro. Manca ancora qualcosa e le altre persone che erano presenti all’aggressione devono essere trovate. E devono assumersi le proprie responsabilità. A mio, figlio che era già a terra, gli hanno tirato un calcio in faccia. Come se battessero un calcio di rigore».
Ora che 4 degli 8 partecipanti all’aggressione di viale Monza sono stati individuati, la domanda sorge spontanea: cosa direbbe ai genitori di quei ragazzi? «Io non lo so cosa gli direi. Non ne ho la più pallida idea, non riesco a entrare nella testa degli altri. So soltanto che se mio figlio commettesse un reato del genere proverei un enorme imbarazzo. Non mi sento di dire niente a loro, mi aspetto piuttosto che siano loro a venire da me. Diano l’esempio e dicano che, se i loro figli hanno sbagliato, devono pagare». Un pensiero va anche a chi, quella sera, ha assistito alla scena senza muovere un muscolo e senza intervenire: «Nessuno si è fermato, nessuno ha avuto pietà, neppure per un attimo si è pensato di tornare indietro, nessuno ha chiamato un’ambulanza». Perdonare gli autori dell’aggressione? «È ancora presto, i tempi non sono maturi».
Di tempo ne servirà ancora molto, per il ritorno alla normalità e per l’identificazione di tutto il “branco”. E anche per far spegnere i riflettori puntati su questa vicenda. A quel punto resterà solo Iacopo, con le sue paure, le sue ferite, i suoi ricordi. Stretta attorno a lui, solo la sua famiglia.
“A Milano la nebbia non esiste più”. Quando Iacopo me lo diceva, due estati fa, non ci credevo. Discutevamo: io con la solita boria dell’immigrato che viene a parlar male di Milano a Milano, lui con la solita boria del milanese che parla troppo bene di Milano. Aveva ragione lui, fino all’anno scorso. Da quest’anno ho ragione io.
Compagna di viaggio sgradita, umida, fastidiosa. E’ insieme al vecchio in bicicletta che traballa sui masselli. All’impiegato che impreca a bordo della sua monovolume. Al turista fuori tempo massimo che fino a due ore prima dava da mangiare ai piccioni in piazza Duomo. Non se l’aspettava nessuno, ma quest’anno che l’inverno è tornato a fare il suo mestiere è arrivata anche lei. Ogni sera cala silenziosa, come un sipario pigro. Annulla la vista – e i desideri – senza fretta. Assassina timida, non si assume mai la colpa di uno scontro frontale, né delle polveri sottili che a braccetto con le sue goccioline scivolano nei polmoni che è una bellezza.
Mi fido di tutti, a Milano. Tranne che della nebbia.
Gli esseri umani che leggono e cercano di tenersi informati sul mondo che li circonda, spesso finiscono per sentirsi obbligati ad avere un’opinione su tutto. Come se dovessero trovare sempre uno schieramento in tutte le polemiche, una soluzione a qualsiasi problema, un tappabuchi per ogni nuova falla che si apre. Seguendo poi logiche tutte interne, tutte nostre, che ci garantiscono il livello minimo accettabile di coerenza, senza la quale ci sentiremmo soli, smarriti, orfani del mondo. Quello che non riusciamo a capire è che il mondo non funziona così. Ed è la vita spicciola a dimostrarcelo.
A Baggio la periferia prende le forme di un prato che circonda e avvolge l’ultima penisola di cemento, a nord ovest. Gli sgoccioli di case entrano nel verde come un’unghia nella carne. Qui, in via Amantea, c’erano degli orti. Niente a che vedere con gli orti urbani, solo qualche ettaro di terra coltivato dagli anziani del luogo. Di orti così, a Milano, ce ne sono tanti. Questi però erano abusivi e il Comune li ha abbattuti. “Erano abusivi, erano abusivi – conferma con accento calabrese una donna al citofono – ma mio marito ci coltivava due ortaggi, così, giusto per aver quacchecosa da mettere in tavola, nulla più”. Le ruspe del Comune – seguendo i dettami della burocrazia demaniale – sono arrivate e hanno sventrato, spaccato, distrutto.
“Quelle baracche erano pericolose”, dice qualcuno. “Quelle baracche erano l’unica distrazione per gli anziani in questo quartiere dove non c’è mai niente da fare”, dicono altri. Ma la posizione più teneramente contraddittoria è quella della donna al citofono: “Mio marito è malato di cuore. Da una parte mi dispiace, ma dall’altra sono contenta. Così si riposa”.
La prima volta che l’ho vista era all’accademia di Brera, mentre guidava l’occupazione. Capelli rossi, sulla fronte una zazzera corta leggermente fuori posto. Ai piedi scarpe colorate – colori accesi – che stanno bene solo indosso a una giovane aspirante artista del 2010. Occhi verdi, dentro la luce di un’età ribelle. Ai fianchi un marsupio nero, con la sacca piccola pendente di lato. Insieme ai suoi compagni provava a chiudere le entrate dell’accademia, accatastando tavolini e sedie davanti al portone di via Brera. “Perché occupiamo? Per la riforma Gelmini, ma anche per i tagli alla cultura, per la parificazione delle accademie, per la militarizzazione delle scuole…”. Mentre parlava ai giornalisti stava composta, le mani giunte sul fondoschiena, un visino pulito e sorridente. Rispondeva a tutto argomentando sempre in maniera impeccabile anche se generica (momenti concitati come quelli non permettevano maggiori approfondimenti). Sicura e sbarazzina, dall’alto dei suoi vent’anni.
A. stringeva tra le mani il timone di una protesta particolare in un periodo particolare. Mentre in tutta Italia cresceva la voce degli universitari contro la riforma Gelmini, anche il covo dei giovani artisti sentiva il bisogno di esplodere. Ma l’accademia di Brera non è un ateneo e unirsi alle rivendicazioni degli altri senza correre il rischio di apparire ridicoli non era cosa semplice. Non so se A. si rendesse conto di questo: a me sembrava solo sfuggente e incontrollabile e non capivo mai quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Fatto sta che in quelle calde mattinate di dicembre – tra assemblee traboccanti di pantaloni a vita bassa e calzini colorati – lei ha finito per instradare la protesta di Brera verso l’unico sentiero percorribile: la creatività.
Il primo giorno è stata un’elemosina tra le macchine, “per finanziare la scuola pubblica”. Il secondo giorno una passeggiata in centro camminando sulle strisce e bloccando il traffico. Poi – quando la polizia li ha bloccati davanti alla galleria – l’idea: “facciamogli i ritratti e vendiamoglieli”. Mentre lo diceva A. non riusciva a trattenere una risata forte, spontanea, che saliva dalla pancia. Tra quei denti – un po’ ingialliti dalle sigarette – c’era tutta la sua bellezza irriverente.
Man mano che andavano avanti, giornali e televisioni parlavano di loro e loro ci prendevano gusto. E io a rincorrerli, preoccupato di capire cosa avrebbero fatto il pomeriggio dopo, con telefonate senza risposta e decine di appuntamenti improvvisati all’ultimo secondo. “Scusami, è che il telefono non lo sento mai”.
Il terzo giorno erano in Cadorna, a lanciare sulla strada secchi di tinta gialla, rosa e verde. Passandoci sopra, pedoni e automobili coloravano l’asfalto.
Il quarto giorno puntando ancora più in alto: “entriamo nelle stanze della cultura ufficiale”. E via al museo del ’900, davanti al “Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo con tanti cartelli: “il Quarto Stato siamo noi”, “Faremo cultura con le zappe”, “Anche l’operaio vuole il figlio dottore”.
Poi, come tutte le cose belle, anche quella è finita. Nel giorno più importante – quello dell’approvazione della riforma – tutti si aspettavano qualcosa dagli allievi di Brera. E invece nulla. “No, oggi non facciamo niente”, squillava una vocina al telefono, sorridente come sempre. Dall’altra parte silenzio. “Beh, auguri allora”. Ancora due secondi di silenzio, poi la solita allegria. “Auguri a te!”.
Forse succede perché, nell’era in cui anche la ricetta del medico è digitale, a qualcuno è passata la voglia di correre dietro all’innovazione a tutti i costi. O forse perché uno zoccolo duro di reazionari, gli aficionado dell’analogico, si ostinano a rimanere ancorati a vecchi grammofoni e macchine fotografiche antelucane, e non crederanno mai fino in fondo che lo Steve Jobs di turno possa cambiare le loro abitudini tecnologiche dalla mattina alla sera. O forse solo perché fa chic.
L’ultima novità all’incontrario è il negozio di Mattia Piazzano. Proprio nel momento in cui tutto – persino la televisione – indica il digitale come la strada maestra per la soluzione di tutti i nostri problemi e la soddisfazione di tutte le nostre voglie, lui ha deciso di aprire un negozio di macchine fotografiche analogiche. Di più. Macchine fotografiche analogiche di origine sovietica, le Lomo. «Non credo di essere in contro tendenza – dice – esiste un mondo fotografico parallelo, forse sconosciuto ai più, ma che vive di vita propria». Se ha deciso di aprire un’attività in via Mercato 3 per vendere le riproduzioni di un vecchio residuato industriale della Leningrado anni 80, un motivo c’è. «Esiste una comunità legata a questa tecnica fotografica e a queste macchine. Una comunità che cresce sempre di più, anche per gli aspetti artistici e unici della lomografia». Lomography Gallery – rivenditore autorizzato della Lomography Society – è il primo negozio in Italia a distribuire queste macchine che in Europa sono già una realtà consolidata. Almeno da quando due studenti austriaci, negli anni 90, hanno scoperto le Lomo a Berlino Est.
«All’inizio rastrellavano tutte le macchine di cui i cittadini dell’est si liberavano e le rivendevano revisionate – racconta Mattia – poi hanno stretto un accordo con la società originaria di San Pietroburgo e hanno cominciato a fabbricare nuove macchine a basso costo».
Ho sempre pensato che le storie più sono vissute, più (una volta raccontate) sono belle. Questa non l’ho vissuta granché, se non di striscio, per osmosi o in terza persona. E mi vedo costretto a scriverla solo perché la ritengo una tessera fondamentale in questo piccolo puzzle colorato. C’è una persona – che io chiamo scricciolo – che sarebbe stata perfetta per raccontarla: ma questo non è un mondo perfetto e il massimo che posso fare è assemblare ricordi cercando di evitare errori, omissioni e manipolazioni.
Tutto è cominciato il 5 novembre, quando nove immigrati sono saliti sulla ciminiera ex Carlo Erba, in via Imbonati. La Carlo Erba era una delle più grandi industrie mondiali per la produzione di farmaci e reagenti chimici, nato alla fine dell’Ottocento e arrivata a occupare un’area di circa 100mila metri quadri. Fino al 1998, anno della dismissione, la sua torre era un simbolo dell’industria e del progresso meneghino. Da quella sera è divetanto un simbolo degli immigrati in lotta per i diritti.
Al’inizio sembrava uno sfogo. “Ci siamo stufati di essere trattati come bestie, sfruttati nei luoghi di lavoro per salari più bassi di quelli dei nostri colleghi, addetti ai lavori più duri e dequalificati anche se abbiamo lauree e professionalità alte, guardati sempre male se camminiamo per la strada o chiacchieriamo nelle piazze come se fossimo tutti delinquenti”.
Poi è stata una corsa allo schieramento di truppe, pronti per la battaglia vera. Sotto la torre si è creato un presidio di manifestanti più o meno fisso, come se la protesta a centinaia di metri fosse uno yogurt madre che genera sigle ideologiche ai suoi piedi: antirazzisti, centri sociali, squatter, politici, antagonisti, sindacalisti. Tutto questo mentre lontano – a Roma e a Palazzo Marino – i colonnelli dello Stato maggiore ripetevano il solito mantra arrogante farcito di logica primitiva: “sono illegali e abusivi, saranno puniti”.
Col tempo gli uomini sulla torre sono passati da 9 a 5 a 3, fino a due – sottoposti a freddo e intemperie, 24 ore su 24. E con la battaglia idealista nuda e cruda hanno finito per intrecciarsi storie personali e dettagli molto umani. Per fare un esempio: un giorno uno di loro ha lanciato uno striscione per fare gli auguri di compleanno alla figlia. Oppure le piccole beghe che si creavano sotto la torre: “Quello lassù si sente Che Guevara”, sussurrava qualcuno. E ancora la fuga rocambolesca di uno di loro – clandestino – il 27 novembre, aiutato da un medico fricchettone a dileguarsi nel nulla. Così quel gesto – che sembrava l’ennesima riproposizione delle proteste in alta quota – pian piano si è trasformato, diventando allo stesso tempo artistico, epico, drammatico.
Forse mi ero scordato di dirvelo, ma questa non è una storia a lieto fine. Giovedì 2 dicembre Marcelo Galati e Abdelrazak, sono stati gli ultimi a scendere. Il primo, italo argentino e regolare, stava bene. Il secondo, marocchino e clandestino, no. Con una colica renale, è sceso ed è stato ricoverato al Niguarda. Poco dopo è stato trasferito al Cie di via Nigrelli. “Esplulsione”, è la minaccia che incombe sui suoi ventisette giorni di sofferenze.
Come un pezzetto di carta risucchiato in un gorgo marino. Lento, lento, scende giù intrappolato nelle spire senza possibilità di ritorno. Quel pezzetto di carta è un bar, quel vortice è Milano. Nel 2010.
E’ il bar senza nome, perché per farsi conoscere nel quartiere di nomi non ne ha mai avuto bisogno. Posizionato all’angolo tra corso Garibaldi e via Tessa, il locale di Barbara e Betty Polino ha visto scorrere 40 anni di vita milanese. Vita borghese. Adesso deve chiudere. «Colpa dell’affitto diventato troppo caro in una zona come questa – spiega Barbara – e che io non riesco più a pagare». Ritrovatosi nel bel mezzo delle strade più chic di tutta Milano, questo bar popolare («ma sempre ben frequentato») è l’ennesimo pezzo di storia che si stacca dalla città, un ritrovo antico dei milanesi che finisce stritolato da boutique di lusso e ristoranti alla moda.
Sulle pareti del locale, Barbara ha appeso le foto di tutti i clienti più stretti: «una provocazione, se vogliamo, per far capire quanta gente è passata di qua e per far capire che questo quartiere sta perdendo la sua anima».