storie di Milano viste da un quartiere

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Sirene e sigarette, ovvero quattro giorni al ps Niguarda

novembre 10th, 2010 · No Comments

Un elemento che non si può trascurare in una città come questa sono le sirene. Della polizia, dei vigili, dei pompieri, dei carroattrezzi. Delle ambulanze. In autunno spuntano come funghi quando fa buio, intorno alle 18, e occupano tutta la vista con il loro lampeggìo infinito. Se guardi una strada di quelle lunghe e affollate – come Farini, Melchiorre Gioia o Zara – le vedi saltellare fino al punto di fuga, lontano lontano, dove l’orizzonte si mangia i mattoni e i palazzi sfumano come un ricordo. Quella sera iniziò con le sirene.
Prima una, poi due, poi tre, infine quattro. Le ambulanze arrivavano al pronto soccorso del Niguarda affannate, ansiose di mollare la loro patata bollente nei corridoi dell’ospedale. Dentro, gli operai ustionati dell’esplosione alla Eureco di Paderno Dugnano. Io ero arrivato in fretta e furia col mio scooter, un ronzio lanciato nel buio. Penna e taccuino nella tasca del giacchetto. Era giovedì ed era il primo dei quattro giorni che – non lo sapevo – avrei trascorso là, tra la sala d’attesa e un ritaglio d’asfalto costellato di mozziconi di sigaretta. È qui, nello spazio delimitato da una scala, che si sarebbe consumata l’angoscia dei parenti, ed è qui che avrei conosciuto loro. Tommy, Rita, Armando, Antonella, la moglie di Leonard, Agnese, Francesco, Paolo, Edmond, solo per nominarne alcuni. Persone diventate personaggi inconsapevoli di una storia senza morale né lieto fine.

GIORNO 1
I giornalisti – me compreso – hanno una parte non irrilevante in questa storia. Ma una parte ancora più importante ce l’hanno le sigarette. Soprattutto una, la prima che Antonella ha voluto fumare, avidamente, una volta arrivata al Niguarda. Ad offrirgliela, un giornalista. “Dovevamo sposarci il 20 novembre col mio Salvatore, eravamo felici. A pranzo avevamo parlato dei preparativi, del ristorante, della festa”. Fuma, e i suoi occhi si bagnano un po’. “Adesso non so neanche più dove andare, vivevamo sopra la fabbrica, il padrone ci aveva dato tutto: uscio e bottega. Nostra figlia Irma poi, era attaccatissima a lui. Cosa faremo non lo so”. Poi risale e torna a farsi inghiottire dai seggiolini della sala d’attesa.
Fuori incontro Tommy, una delle guardie: “Ehi, ma tu sei giornalista?”. Mi fermo, ci conosciamo, ci capiamo. E comincia a raccontarmi tutte le sue avventure al Niguarda, dai blitz notturni nei sotterranei, alla paura che c’aveva (anche se non lo ammette) quando venivano i boss da San Vittore.

GIORNO 2
I giornalisti, ancora loro. Telecamere e microfoni stavolta. Corrono, assaltano, trebbiano tutto ciò che trovano sulla strada. Io sono arrivato tardi, ma mi dicono che Antonella ha fatto una scenata, non voleva interviste e loro insistevano. Mentre va in onda questo psicodramma, mi rendo conto che la situazione è diventata affollata. Sono arrivati anche i parenti degli altri due operai trasferiti, nel pomeriggio arriverà un terzo ustionato. Sono albanesi e i famigliari arrivano a frotte. Sembra una processione: grappoli umani dalle facce preoccupate che portano in dono saluti, sostegno, conforto. Sono aggregati vasti di parenti e amici, legatissimi tra loro e che si muovono in piccole cellule di 3 o 4 elementi. Hanno vissuto insieme il dramma dell’emigrazione per un futuro migliore e sono pronti a condividere anche questo dolore. Senza esitazioni. Alcuni arrivano subito dopo il lavoro, ancora sporchi di calce.

GIORNO 3
La prima cosa che vedo è la moglie di Leonard che scoppia a piangere mentre esce dalla porta del pronto soccorso. Si siede su uno dei piloni di cemento, il volto tra le mani. Lei che sembrava così forte, quasi dura. L’avevo conosciuta il giorno prima, giusto il tempo di due parole, (“vivevamo in Porta Genova, non parlava mai di lavoro quando tornava a casa”) e mi era sembrata una donna con un temperamento d’altri tempi, contadino. Bella come una statua, ogni volta che l’avevo vista aveva un’espressione impassibile. E ora la sto a guardare mentre piange e mi sento un intruso, qualcosa che vale meno di una cacca.
Conosco anche Francesco, un calabrese sulla sedia a rotelle che avevo visto fin dal primo giorno e che in quel labirinto del Niguarda si muove meglio di un guastatore. Al posto di una gamba ha un’impalcatura di ferro le cui articolazioni si intuiscono da sotto i jeans. “Guarda un po’ cosa c’ho io” e mi mostra un cellulare, con dentro le fotografie di tutte le sue piaghe da decubito.

GIORNO 4
Tutto finisce, anche le cose brutte. Anche quelle che durano tanto, come l’agonia degli ustionati. Non ho il tempo di seguirla, non posso farne la cronaca, la città mi richiama come una calamita. Piove, è domenica. Il clima ideale per un commiato. Ormai sono uno di casa e do a tutti i nuovi arrivati le indicazioni per la macchinetta del caffé. Giusto il tempo di scoprire che è cominciata una mezza guerra tra le famiglie dell’italiano, tra i figli della ex moglie e Antonella che vorrebbe sposarlo prima che muoia. (Il girotondo intorno al letto di un moribondo, avrebbe detto De André). E poi arriva il tempo di andare. Come sono arrivato, vado. Saluto le pozzanghere e torno ad essere quello che sono: un ronzio nella pioggia.

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“The Truth is not for sell”

ottobre 31st, 2010 · 1 Comment

“Dixon. Il mio nome è George Dixon”. Cammina lento, avvolto in una nube di pensieri, consumando le stradine del parco Nord. Ai piedi ha delle vecchie ciabatte nere mal intonate con i calzini blu (“le porto da quando ho avuto la malattia”), addosso un pastrano verde militare, in testa un’improbabile coppola dello stesso colore. Ogni dieci secondi tira su col naso, ora che è autunno il parco e la panchina non sono più così ospitali. “Fa freddo? Certo che fa freddo! Ma non mi interessa. Qui non mi disturba nessuno, ho il tempo di pensare e di scrivere”. Si sistema il maglioncino rosso, sbottonato, che spunta da sotto il pastrano. George Dixon è uno scrittore nel vero e proprio senso del termine. Il suo quaderno ingiallito – gelosamente custodito in una vecchia borsa di pelle marrone – è ricolmo di appunti, scivolati dalla sua mente nelle pagine attraverso una trascrizione lenta, partorita quotidianamente con una penna dalla punta fine, nera. Scrive solo sulle pagine di destra, perché quelle di sinistra servono per appuntare le correzioni. Dodici capitoli di dodici pagine che comporranno “The Truth is not for sell”, di George Dixon. “Con questo libro diventerò famoso in Camerun, nel mio paese”. Mentre lo spiega prende un cartone di vino da sotto la panchina, la sua “benzina”. Tira una gozzata e prosegue. “Ho 46 anni e vengo dal Yabassi, un villaggio vicino alla città di Douala. Sono stato grafico, giornalista, musicista”. E mi snocciola un elenco infinito di nomi, etichette discografiche e album. “Papa Jhonny Art Work, I love you, The big come back, Saverio Campana, Giuseppe La Nave”. Non riesco a capire se è serio o se mi sta prendendo in giro. “Ho fatto il facchino in Nigeria e ho raccolto pomodori in Puglia e olive ad Andria”. Poi racconta del suo viaggio per arrivare qui. Douala, Lagos, Mauritania, Trapani, Napoli, Andria, Perugia. “Qui a Milano ho un appartamento in affitto, ma la mia vera casa è il Parco. E adesso scrivo un libro, “La verità non è in vendita”, che parla di Dio, della bibbia e dell’uomo”.

Passa un cane vicino a noi, a due metri di distanza c’è il padrone che saluta George. “E anche di animali, il libro parla anche di animali e del loro rapporto con gli umani”. Ride, in bocca una collana di perle ingiallite.

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La forma degli incubi, in una stanza di Lambrate

ottobre 17th, 2010 · No Comments

L’angoscia è un sentimento reale che ha la forma degli incubi. È imprevedibile, per definizione, e quando arriva attanaglia il respiro e i cinque sensi in una morsa. Cruda e buia, come la cella frigorifera di un macellaio. Maria, pensionata, originaria della provincia di Padova, ma da anni residente a Milano in via Saccardo, in realtà si era svegliata con lo stesso umore di tutte le mattine: l’umore che può avere una donna di 73 anni paralizzata e immobilizzata in un letto. Quella, l’angoscia, è arrivata dopo.
I conti con la sua fragilità, Maria, li faceva tutti i giorni. Se non fosse per Vincenzo, pensava, sarei solo una vecchia paralizzata in un letto. Invece lui c’è e sono una vecchia paralizzata in un letto con Vincenzo che mi sta vicino. E anche quella mattina Maria aveva aperto gli occhi con un sapore di buono in bocca, come avesse sognato per tutta la notte Vincenzo, l’uomo della sua vita. Soltanto il passare dei minuti – inesorabili frustate sul cuore – la impensieriva. Perché non risponde Vincenzo? Cosa sta facendo? Dov’è? È scappato senza di me? Mi ha abbandonata? Eccola, l’angoscia. Sale, si gonfia nel suo stomaco rattrappito come un soufflè nel forno. Prova anche a prendere il telefono fisso sul comodino, accanto a lei, ma cade. Passano le ore, il soufflè esplode e gli occhi le si riempiono di lacrime. La consapevolezza dell’abbandono è ormai una certezza che però non le impedisce di urlare. Passano tre giorni prima che qualcuno la senta.

Maria non sapeva, non poteva sapere. Ma Vincenzo era lì, accanto a lei. Solo che era morto, a terra, colpito da un malore.

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Non succede mai un cazzo, e se succede è qualcosa di brutto

settembre 19th, 2010 · No Comments

Milano è una città grande. Non per le sue dimensioni geografiche, ma per la sua massa umana, la densità narrativa di vicende nient’affatto quotidiane che vanno in scena tutti i giorni per le sue strade. E poi perché Milano è percepita grande, e questo basta. Ma nella grandezza spesso le storie si annacquano e, per quanto belle, drammatiche o spaventose siano, rimangono invisibili. E cose che in un piccolo borgo fanno scandalo e sensazione, qui passano come un biccher d’acqua fresca.
In via Salomone, sperduta periferia sud-est, c’è un casermone di alloggi popolari che da solo occupa metà dei numeri civici. Soltanto le crepe nei muri e le persiane rotte interrompono l’assordante monotonia delle finestre che si ripetono sulla colata di cemento sporco. Come a dire che in questo posto non succede mai un cazzo, e se succede è qualcosa di brutto. Qui c’è un impianto di riscaldamento vecchio di quasi trent’anni che non ha mai ricevuto manutenzioni. Ma un inverno trascorso al freddo – tra i 9 e gli 11 grandi -, decine di lettere di protesta e l’imbarazzo di una figura di merda incipiente, non hanno smosso l’Aler. Niente impianto nuovo almeno fino al prossimo inverno.

“Ma cosa pensano questi qua? Di lasciarci ancora un inverno al freddo? Saremo anche delle case popolari, ma non siamo scemi”.

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Il mestiere più antico del mondo

settembre 3rd, 2010 · No Comments

Di notte sembra un carcere. Uno stupido carcere con le sue geometrie perfette, i corridoi vuoti, le cancellate chiuse. I lampioni sono piccole civette immobili nel silenzio. Ottuso com’è, sembra l’emblema perfetto della peggior periferia, senza niente da raccontare e senza niente da immaginare. Eppure lo Iulm, dopo le 22, custodisce segreti bollenti. Segreti che cuociono perversi sotto la sua pelle di superficie.
Passeggio, con il cane. Sta slegato e sembra molto più contento di me di questo fuoriprogramma notturno. Devo recuperare l’auto rimasta fuori dalla metro di Romolo e per raggiungerla passo da via Carlo Bo. La prima cosa che noto è la quantità di macchine. Girano – lente e insolenti – intorno al primo edificio dell’università. Lui scodinzola nella sua innocenza canina, io comincio ad annusare che qualcosa non va. Al volante c’è sempre e solo un maschio caucasico. Rallentano, si fermano. Quando si incrociano, sembra che si parlino dai finestrini abbassati. Pochissimi secondi, poi ricominciano a girare, come mosche sulla merda. Proseguo lungo il fianco destro dell’edificio e vedo un ragazzo – biondo, capelli corti – che cammina e si lascia avvicinare. Parlotta, forse contratta. Le auto continuano a girare, sempre gli stessi volti.

Recupero la macchina, parto e lo vedo. In piedi, sotto un albero. Avrà 50 anni portati malissimo, pancia gonfia, pochi capelli scuri sulla nuca, occhiali. Si è messo di fianco e ha assunto una posa ammiccante. Sembra dire, “prendimi”.

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Morire a Cenisio

agosto 29th, 2010 · No Comments

Nella storia di Veronica C. c’è una parola che ritorna in maniera ciclica, insistente. Questa parola è “putrefatto”. Putrefatto era il suo corpo, ritrovato dai vigili del fuoco nel suo monolocale quando i vicini hanno chiamato perché sentivano cattivo odore. Due colpi con un coltellaccio – uno alla pancia e uno alla gamba -, sangue rappreso ovunque. Il corpo lasciato lì, tra il muro e il letto, come una maglietta usata. E putrefatta.
Ce n’è un’altra, di parole, che si fa insistente fin dalle prime ore del ritrovamento. Puttana. Veronica C. era una puttana brasiliana che faceva entrare i clienti in casa sua, in via Salvioni a Cenisio. Come l’odore di un corpo putrefatto che si infiltra nelle narici dei vicini, la notizia che fosse una puttana si diffonde tra l’opinione pubblica e allenta l’interesse sul giallo. A pochi interessa chi uccide una puttana, i parenti in Brasile non vogliono parlare, non ci credono o forse addirittura non sono interessati. I giornali e le tv hanno la memoria corta. Solo un prete prova a fare un’ipotesi, a lanciare una pista. “Veronica si prostituiva attraverso i siti internet, magari è stata contattata dal suo assassino proprio così”. Ma non è convinto nemmeno lui e su tutta la storia scende una spessa coltre di indifferenza.

A Milano si può morire anche così, accoltellati e dimenticati da tutti. E’ successo a Luglio e Veronica C. è morta a 45 anni. A consolarla, solo un cartellino agganciato al pollice di un piede.

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Si sparavano dai balconi

luglio 18th, 2010 · 2 Comments

Il cortile è un grande desktop decadente aperto sulla periferia. Ciascuna delle cento, mille finestre incastrate sulle facciate color marroncino è una porta d’accesso a vite magre, affaticate, consunte da decenni di sopravvivenza. In via Lope de Vega, cuore della Barona, si parla solo in arabo, meridionale e slang. I linguaggi delle case popolari.
Qualcuno si affaccia, facce torve, sguardi interrogativi. Sono un forestiero in un micropaese dove si conoscono tutti e ogni mio movimento è seguito a vista. Non ce l’hanno con me, soltanto mi guardano come un animale strano, come un gruppo di indigeni guarderebbe un esploratore. Dura qualche secondo, poi tornano a spingere i passeggini, ad accendere gli scooter, a legarsi i capelli alti sopra la nuca con le ciocche che penzolano sopra orecchini larghi e rotondi. I ragazzi in maglietta attillata all’ultimo grido, le donne in vestitini sdruciti comprati al mercato. Qui anche il dress code è capovolto.
Negli anni 70, quando questi due palazzoni di popolari furono costruiti nel nulla, il primo doveva essere assegnato a chi era in lista. Fu preso d’assalto dagli abusivi e gli assegnatari, per non restare a mani vuote, occuparono il secondo. Oggi Lope de Vega va avanti, nonostante la Milano che le è cresciuta intorno. La guarda, come un corpo estraneo, ma non se ne cura molto. Lo stesso l’Italia, lo stesso il mondo. Con tutti i suoi abitanti impegnati a vivere lì, in quel mega complesso, senza fare niente e spingendo i soliti passeggini. Convinti che la vita, forse, non continui nemmeno oltre il marciapiede.

“Oggi in Lope de Vega hanno messo le cancellate per difendersi da chi viene da fuori – mi racconta un amico – dieci anni fa era il contrario, c’era da aver paura a passare di lì. Si sparavano dai balconi”.

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A volte bastano un pioppo e un cuscino Ikea

luglio 16th, 2010 · No Comments

Dal centro del chiostro, con l’autorità dei suoi cento e passa anni, domina tutta la scena. Lui, il pioppo secolare, è l’orgoglio del museo Diocesano, anche se il suo compito non è dei più semplici: allietare le serate dei milanesi che qui, nel cuore del Ticinese, cercano relax e riparo dall’afa estiva. Ore 21. Fuori in Corso di Porta Ticinese è tutta un’altra storia. Movida rumorosa, bottiglie che si rompono, urla scomposte per un gol della nazionale olandese. Ma qui, fra le mura che custodiscono i beni artistici della Diocesi, l’estate ha un’altra filosofia. Passata la soglia d’ingresso arriva alle orecchie il suono di un pianoforte leggero, amplificato alla perfezione dalle volte del chiostro. Schubert, Chopin, Skrjabin, Brahms. Sui tasti corrono veloci le dita di Emiliano Castiglioni alle prese con il suo recital pianistico, di fronte una piccola folla di spettatori attenti. Tutto intorno, seduti ai tavolini o sul prato, ragazzi e famiglie si godono la brezza che muove le fronde del pioppo, mantenendo la musica solo come un piacevole sottofondo.
Nel chiostro il concerto dura fino alle 22 circa, quando il pubblico che assiste – una volta ottenuto l’ultimo pezzo a suon di applausi – sciama fuori dal museo. Sull’erba rimangono qualche coppietta e un gruppo di amici, mollemente appoggiati sui cuscini Ikea color verde pisello sparpagliati qua e là. E’ forse il momento più bello, quando le luci sono quasi tutte spente e un silenzio profondo e rispettoso diventa il protagonista della serata. I dialoghi tra i pochi rimasti sono quasi un sussurro sempre più lieve che accompagna il fruscio delle foglie.

Jacopo è un ragazzo che lavora qui la sera. «Sai qual è la cosa più strana? Che tra i giovani questo posto non lo conosce quasi nessuno».

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Ciabatte, polvere, sorrisi sdentati, gonne lunghe

luglio 10th, 2010 · No Comments


“Il mio nome è Diana, ma a scuola mi chiamano Florentina o Esmeralda”. Mentre lo dice ride, tenendo la sua amichetta sotto braccio e con un sorrisetto furbo che le si allarga sul volto. Diana (o Florentina? o Esmeralda?) è uno dei 400 bambini – su 600 persone – del campo rom di via Triboniano. Un campo enorme, fatto di baracche e contraddizioni. Gli uomini sopra i trent’anni hanno tutti un pancione rigonfio la cui ampiezza è direttamente proporzionale all’influenza nella comunità. E poi ciabatte, polvere, sorrisi sdentati, gonne lunghe. In una strada interna al campo, che lo divide in due tronconi, c’è un mercatino improvvisato: marito e moglie vendono della merce, scarpe, vestiti, bottiglie, lampade, addirittura un violino. Lui lo prende, finge di suonarlo, vuole apparire ai miei occhi come lo stereotipo dello zingaro. Poco distante, da una delle baracche esce fuori una ragazza bellissima, avrà si è no 16 anni, ma ha già un figlio cui badare. Lo sguardo cupo, la testa inclinata verso il basso, si nasconde.
Sopra i tetti c’è una quantità di roba impressionante, come tanti magazzini alla rovescia. E alla rovescia è tutto, qua dentro. Alla rovescia è la loro filosofia di vita, fatta di carne grassa cotta su griglie bisunte e bambini con dita sporche infilate in bocca. Eppure non sono infelici. “Certo, anche tra noi ci sono i delinquenti, non si può negare – dice Marian, uno dei capi – ma perché ci volete dipingere come mostri?”.

Alcuni si lamentano, non vogliono essere ripresi. “Se i nostri capi vedono che viviamo qui, perdiamo il nostro lavoro”.

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Rubattino, il paradigma del paradosso

giugno 29th, 2010 · No Comments

di Giovanni Muttoni

Ieri ho fatto alcune foto al campo di disperati insediati nell’area dismessa Innocenti-Maserati al Rubattino. La colonia ha sistemato le tende (ne ho contate una ventina ma temo siano di più) nel primo capannone abbandonato, quello adiacente al parco del nuovo complesso abitativo di Rubattino. Ieri facevano il barbecue e guardavano la partita in una sorta di postazione all’aperto con televisione montata su pezzi di macerie sistemati all’uopo. La struttura è pericolante con parecchie travi arrugginite sospese e muri sfondati.
Il complesso Maserati, imponente e bellissimo, avrebbe potuto essere recuperato anni fa: pensate come sarebbe stato bello trasformarlo in una serie di gigantesche serre, con orti sospesi, biblioteche, teatri.

Adesso è talmente malconcio che dovrà essere abbattuto. Dopo che i rom – bambini inclusi – verranno scacciati un migliaio di volte.

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